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      Chiuso in questi dubbiosi pensieri, egli correva a concitati passi le sale del suo palagio, quando appunto gli veniva annunciato che una dama premurosamente chiedeva l'accesso alla sua augusta presenza.
      Questa lieta novella bastava a rasserenargli la fronte, a sbandir dal suo cuore quella nube d'affanno che lo travagliava. Caldo d'immenso affetto già egli precipitavasi ad incontrarla; quando schiuso ad un tratto l'usciale, un'ignota cadeva a' suoi piedi, baciando la porpora del suo manto reale. Luigi, deluso nella sua dolce aspettazione, guatava in viso quella straniera come dubitoso del vero, e non muoveva parola. Fattala alla perfine alzare da terra, udia queste voci:
      — Sire, serbate voi piú memoria di tale che qui conosceste... di Tommasina? Ebbene io sono una Doria, una sua amica d'infanzia, la sola cui ella abbia affidato il geloso arcano del suo amore. Io vengo a voi apportatrice de' suoi ultimi...
      — Morta forse... Dio santo! chi mai l'uccise? Oh! parlate per carità!
      — Voi stesso, o monarca, voi l'uccideste: voi foste la causa innocente dell'acerbo suo fine. La falsa novella della vostra morte era giunta anche fra noi, e da quel punto l'infelice non ebbe piú un istante di tregua, non vide altro balsamo, all'incrudire del suo dolore, che morte. Certa credendo la bugiarda nuova, e vistasi priva di voi, la terra le parve una solitudine orrenda; la vita le fu una pesante catena, da cui cercò disciorsi in mille guise. Ricusata perciò ogni razione di cibi, e stremata da volontari digiuni, — Luigi, mio Luigi — chiamando, spirava tra le mie braccia.


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Racconti popolari dell'Ottocento ligure
Volume Primo e Secondo
di Autori Vari
pagine 484

   





Tommasina Doria Luigi