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      E in ciò la tradizione concorda perfettamente colla storia.
      Quanta fosse l'allegrezza del vecchio Baldassarre nell'impugnare ancora una volta la spada, ed impugnarla a vendetta dei traditi suoi padroni, non si potrebbe a sole parole descrivere. Bramoso che la povera Enrichetta ne fosse avvisata, se pure ancora era in vita, corse immantinente sul fianco della collina che fronteggiava la finestra della carcere, là appunto dove era raccolto il bambino, come già abbiamo descritto. Chiamò ad alta voce la sua padrona, e la distinse perfettamente aggrappata alle sbarre della finestra, cogli occhi, volti al cielo in atto di chi aspetta la sua salvezza.
      Il dramma volgeva a termine. Il castello, stretto da tutte le parti, stava per cadere all'assalto generale delle schiere fiorentine, quando il Marchese, disperando di piú oltre difenderlo, entrò furibondo nella carcere di Enrichetta, intimandole di seguitarlo. L'iniquo avea in animo di strascinarla in luogo sotterraneo, dove nasconderla alle ricerche de' suoi liberatori, ed ivi spegnerla segretamente e sfogare la sua vendetta nel lungo martirio di quella infelice.
      Ma i disegni dell'iniquo dovean tutti riuscire a vuoto in quel giorno. Enrichetta avea troppo sofferto per sopravvivere alla perdita del suo consorte; quell'anima pura e sconsolata dovea raccogliere la palma del martirio, riunirsi alla sposo, vivere in regioni degne di lei.
      Il Marchese, argomentando da un grido generale che innalzarono le schiere fiorentine, esser preso il castello, e sentendo un calpestio d'armati avvicinarsi precipitoso alla porta di quella carcere, trasse l'affilato pugnale che portava alla cintura, e scagliatosi sull'inerme donna, la trafisse a piú riprese.


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Racconti popolari dell'Ottocento ligure
Volume Primo e Secondo
di Autori Vari
pagine 484

   





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