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      A siffatte parole parea calasse da' suoi tumidi orgogli il tedesco, e mostravasi presto ad abbandonare le porte, poi, come pentito, se, dicea, pronto ad evacuar San Tommaso, ma voler serbare il propugnacolo del Faro. E il Lomellini, generosa anima, a tai voci indignato: — Il popolo, esclamava, le porte e non la porta richiedere. — Della quale risposta risentitosi il Botta, gli si volse con piglio rabbioso, e minacciollo di carcere. Ma non poteva in quello animoso patrizio il timore, onde composte a beffardo sorriso le labbra, rispose: — Facesse pure a suo senno: gli avrebbe in tal guisa prolungato il piacere d'essergli al fianco. — Pazientemente non ingollò quello scherno il tedesco, onde, fattolo imprigionare (era di venerdì), non riebbe la sua libertà che il dí dopo. Il principe Doria, rotto nella salute e spossato dalle fatiche durate sotto pioggie continue, dopo due giorni spesi invano a pro della patria, ritraevasi alla mattina del sabato nella sua villa di Pegli, a sei miglia da Genova.
      Questi due giorni adoperati dal subdolo generale in vani negoziati di pace per aver agio di rinforzarsi di truppe, mirabilmente giovavano il popolo. Il quale nel collegio de' padri gesuiti, in via Baldi, apriva il suo quartier generale, e per acclamazione eleggeva i membri del nuovo suo reggimento. Lo presiedeva Tommaso Assereto, detto l'Indiano; a generale delle milizie si eleggea Carlo Bava, mediatore di professione. Nominarono membri e consiglieri per ciascun rione, tutti però soggetti al quartier generale: Gio.


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Racconti popolari dell'Ottocento ligure
Volume Primo e Secondo
di Autori Vari
pagine 484

   





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