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      Ond'io, genovese, m'esalto alla rimembranza di sì splendidi fatti, e piango nel tempo istesso la dura necessità di quei giorni che sospinse principi nostri ed uomini d'una sola favella a parteggiar per i barbari, anzichè farsi scudo d'una innocente repubblica.
      Nelle mani del popolo stava la somma delle liguri cose: la Signoria più non era che l'ombra dell'antica possanza, alle usate funzioni di chiesa più non presentavasi, i collegi più non radunava per difetto, come diceva, di numero. Cacciati i Tedeschi, limitavasi a spedire messaggi alle corti di Londra, Parigi, Madrid, Torino e Napoli; partiva Francesco Doria per l'Inghilterra nello scopo di mostrare a quel re che nel tumulto di Genova parte alcuna non aveva il senato; il popolo essere venuto alle mani per l'insolenza de' soldati tedeschi: tornasse il re amico alla repubblica. Nel cuore del verno il Doria afferra la Provenza, sprona il generale Bellisle che fra mille dubbietà ondeggiava a mandare soccorsi: giunto in Parigi il re britanno gli fa sapere tornargli gratissima la sua venuta, ma non poterlo ricevere per non dar suspizioni ai Tedeschi. Allora il Doria pose sua stanza in terra di Francia, come colui che molto innanzi era nella grazia del re e de' suoi generali. Intanto Gian Francesco Pallavicino, ambasciatore presso la corte francese, uomo di molta destrezza, sollecitava i Borboni a muovere in sussidio di Genova: assai cose promettevano i ministri francesi, pur, benchè levassero a cielo la virtù popolana, faceano comprendere che col solo senato intendeano aver pratiche, non già col governo ch'ebbe vita dall'insorgimento del popolo.


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Racconti popolari dell'Ottocento ligure
Volume Primo e Secondo
di Autori Vari
pagine 484

   





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