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      Noceto, Garbino e il figlio del carnefice ai più estremi fatti incitavano la pazza turba. I senatori che al palazzo andavano, insultavano con vilissime parole, e in ciò sopra ogni altro mostravasi accanito il figlio del boia. A tanto di sventura era giunta Genova, che un disceso dal più abietto fra i mestieri osava oltraggiare il fiore delle sue famiglie.
      Una grande sciagura sovrastava quella città che colle patrie mani aveva testè versato il sangue forestiero, prossima allora a bruttarsi del sangue proprio.
      Le esortazioni dei prudenti non valevano punto; anzi chi esortava, e della salute della patria ammoniva, era chiamato traditore e minacciato nella vita. In quel pericoloso momento uscì dal palazzo pubblico Giacomo Lomellini, disposto o di sedare quella forsennata rabbia, o di morire. Con voce calma, voltosi alle turbe: « — E dove andate, e che volete, o cittadini?» sclamò. «Questo non è il campo austriaco, ma la sede da tanto tempo riverita dei vostri padri. Farete voi, atterrando queste sante mura, ciò che gli Austriaci non hanno fatto? Farete voi ciò che essi vorrebbero fare? Sarete più nemici della vostra patria che i nemici stessi? Voi vi lamentate dei nobili, voi li chiamate traditori. Credete voi, che chi ha creato questa patria, ed a tanto splendore innalzata, la voglia ora distruggere? Credete voi che chi l’ha fatta libera, ora la voglia far serva? Credete voi ch’essi sieno tanto snaturati, tanto di loro medesimi nemici, che amino meglio servire ad un padrone lontano che reggere un popolo libero?


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Balilla
La cacciata degli austriaci da Genova (1746)
di Felice Venosta
Editore Barbini Milano
1865 pagine 131

   





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