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      E di Ganimede, per un'aquila rapito in cielo da Giove, ch'a' poeti severi volle dire il contemplatore degli auspìci di Giove, fatto poi da' tempi corrotti nefanda delizia di Giove, con bell'acconcezza egli fece il contemplativo di metafisica, il quale con la contemplazione dell'ente sommo, per la via ch'egli appella «unitiva», siesi unito con Giove.
      In cotal guisa la pietà e la religione fecero i primi uomini naturalmente prudenti, che si consigliavano con gli auspìci di Giove: - giusti, della prima giustizia verso di Giove, che, come abbiam veduto, diede il nome al «giusto», e inverso gli uomini, non impacciandosi niuno delle cose d'altrui, come de' giganti, divisi per le spelonche della Sicilia, narra Polifemo ad Ulisse (la qual, giustizia in comparsa, era, in fatti, selvatichezza); - di più, temperati, contenti d'una sola donna per tutta la loro vita. E, come vedremo appresso, gli fecero forti, industriosi e magnanimi, che furono le virtù dell'età dell'oro: non già quale la si finsero, dopo, i poeti effemminati, nella quale licesse ciò che piacesse; perché, in quella de' poeti teologi, agli uomini, storditi ad ogni gusto di nauseante riflessione (come tuttavia osserviamo i costumi contadineschi), non piaceva se non ciò ch'era lecito, né piaceva se non ciò che giovava (la qual origine eroica han serbato i latini in quell'espressione con cui dicono «iuvat» per dir «è bello»); - né come la si finsero i filosofi, che gli uomini leggessero in petto di Giove le leggi eterne del giusto, perché dapprima leggerono nel cospetto del cielo le leggi lor dettate da' fulmini.


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Principj di scienza nuova
di Giambattista Vico
pagine 534

   





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