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      Non si coprono mai il capo e marciano sempre scalzi, solo usando dei sandali quando hanno i piedi piagati. Vivono molto parcamente, chè il loro nutrimento abituale è pane con berberi, pastina ottenuta da peperoni rossi essicati e cipolle pestati insieme, che qualche volta riscaldano con farina di ceci e ne fanno così una pietanza assai forte nella quale intingono il pane. Solo in circostanze particolari mangiano carne, quasi sempre da bue, e la preferiscono cruda, di animale appena ucciso. Sono ghiottissimi di questo pasto selvaggio che chiamano brundò: qualche volta abbrustoliscono le carni sulla bragia. Indolenti per carattere, il loro primo scopo è il dolce far niente, ma l'attività non manca loro e in caso di necessità sono capaci di fatiche e di privazioni straordinarie. Con pochi pugni di farina vivono e camminano intiere giornate, e il giorno che possono sgozzare un bue lo divorano materialmente, empiendosi fino al punto di non potersi quasi più muovere.
      Come bibite hanno la birra, liquido torbido ed acidulo che si ottiene dal fermento di acqua con pane o grano abbrustoliti. Più usato è il tecc ottenuto dal fermento di acqua, miele e foglie di ghessò o radici di teddò, arbusti che crescono allo stato selvaggio e che qualche volta si coltivano all'uopo. Il più delicato è quello che si ha dalle foglie di ghessò: come usano questa bevanda nel momento della sua maggiore fermentazione, assai facilmente se ne ubbriacano.
      Qualche arabo ha introdotto in paese l'uso di distillare il grano di dagussà, dal quale ricavano una specie di acquavite, di che sono assai ghiotti, e che chiamano arachi.


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Abissinia
Giornale di un viaggio
di Giuseppe Vigoni
Editore Hoepli Milano
1881 pagine 284