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      I cittadini non piegaron per questo: saliti alle finestre e sui tetti, di là battevan l'inimico coi sassi, colle tegole, colle fucilate: con grida festose rispondevano alla terribile voce del cannone; col nome d'Italia e di Pio IX sulle labbra morivan nel combattimento, non lagnandosi, ma animando gli altri a continuar la pugna. A tanto eroismo la forza bruta delle armi tedesche non resisteva: ma combattuti inesorabilmente, senza tregua, dalle barricate, per le strade, dalle finestre, dai tetti; - incalzati ove piegavano, raddoppiando i colpi mortali ove i soldati inoltravansi, urtati da cozzo terribile, decimati da fucilate che non erravan nella mira, dalle tegole che rompevano i cranii, dai sassi che ferivano ne' visi, i soldati vacillaron nel coraggio, dubitaron dell'esito, cominciarono a provar il terrore che la carneficina de' loro sollevava; cedettero, ritiraronsi; - in molti luoghi fuggirono; - e nella fuga non potendo provvedere alla salvezza dell'artiglieria, essendo subitaneamente assaltati dai cittadini chè osservavano la confusione e lo sgomento essersi impossessato de' soldati, restavano i cannoni agli insorgenti.
      Mancata la gendarmeria al Municipio, non gli restarono de' corpi armati che le guardie di finanza e i pompieri; questi ultimi non armati però a' quei tempi di fucile.
      Il difetto d'armi facendosi sentir troppo fortemente, non si lasciò intentato mezzo qualsiasi onde procurarsele, non badando se fossero da taglio o da fuoco, vecchie o nuove. Persino le private gallerie d'armi vennero spogliate; fra le quali quella in contrada Pantano, appartenente ad Ambrogio Uboldo; la quale costituiva il più bel monumento del medio evo, e che veniva visitata da ogni forastiero.


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Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848
Antonio Vismara
di Editore Pagnoni Milano
1873
pagine 141

   





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