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      Feci poi considerare che quell'intervallo, oltre al dar agio al nemico di far macello dei nostri soccorritori, avrebbe rallentato il vittorioso impeto dei cittadini, i quali sarebbero atterriti poscia dallo spettacolo forse dei trucidati amici. Feci considerare che l'esempio apportava contagio; che il primo giorno, la città sarebbe abbandonata dai forestieri, dalle donne e dai timidi; il secondo, lo sarebbe dai prudenti; e il terzo, anche dagli animosi. Conveniva ritenere i forastieri fra noi; erano sempre un ostacolo all'incendio e al saccheggio; non si poteva immaginare che il vessillo francese, sventolante a lato al nostro, non dovesse imporre qualche freno agli eccessi. -
      Allora il conte Borromeo raccomandò di non dimenticare che si difettava di munizioni, e si avevano viveri solo per ventiquattr'ore. - Dopo le cose più sopra narrate, non fu millanterìa in me il rispondergli che il nemico, avendoci fornito fin allora le munizioni, ce le avrebbe fornite ancora. Quanto ai viveri, che dovevano durare solo per ore ventiquattro, gli risposi, aver io sciupato in cose statistiche quanto tempo bastava per potergli far sicurtà che computi così precisi non si potevano fare: -
      Del resto, gli dissi, ventiquattr'ore di viveri e ventiquattro di digiuno saranno molto più ore che non ci sia mestieri. Il nemico sui bastioni non può reggere; è una linea troppo prolungata (erano dodici chilometri); gli deve già riescire assai malagevole la distribuzione dei viveri; e difatti in giro alla città Croati e Tedeschi sono già ridotti a vivere di ruba.


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Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848
Antonio Vismara
di Editore Pagnoni Milano
1873
pagine 141

   





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