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      Questa forma è il suono, negazione anch'esso dell'esteriorità della materia, e quasi voce universale con cui i corpi naturali tendono a rivelare la loro forma subbiettiva. Tra le forme naturali non ve n'è dunque una più adattata del suono ad esprimere l'intimità del soggetto. La musica è dunque un'arte eminentemente romantica e subbiettiva tanto pel contenuto quanto per la forma. Schelling osservava che le arti del disegno esprimono più fedelmente il legame che disposa l'idea colla materia. Imperciocchè mentre nella vita, quale si trova realmente nella natura, questo legame apparisce essenziale e profondo, lo scorrere, il disciogliersi e l'annullarsi di questo legame ci ammonisce che in realtà non è poi così profondo ed essenziale come a prima vista apparisce. Le arti del disegno invece mostrando la vita soltanto nella superficie, ci mostrano la superficialità di questo rapporto tra la materia e l'idea; ed in tal senso riescono più veritiere e più razionali della stessa natura. Esse ci dicono che il trovarsi dell'idea nella materia non è permanente ma fugace; non è essenziale ma superficiale e transitorio.
      La musica mostra anche più evidentemente delle arti del disegno la fugacità di questo legame, perchè se le arti figurative colgono la fusione dell'idea colla materia in un dato istante e la fissano e la eternano, la musica fa disparire anche questo istantaneo legame, e prepara il totale affrancamento dell'idea da ogni forma esteriore. Da tutte queste cose è agevole il dedurre che se nelle altre arti precedenti l'intuizione artistica rimane legata ad un oggetto esteriore, nella musica essa diventa intieramente soggettiva: nelle altre arti noi siamo soltanto spettatori, o almeno la produzione della nostra fantasia è determinata dallo esterno; nella musica noi siamo attori, ed il suono ci ricongiunge con sentimenti che sono nostri propri, perciò la musica è stata chiamata il linguaggio universale del cuore umano.


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Saggio sulla filosofia dello spirito
di Marianna Florenzi Waddington
Editore Le Monnier Firenze
1867 pagine 130