Federico Adamoli
Felice Barnabei. Lettere a Giannina Milli (1862-1888)


Pagina 9 di 82       

%


     I continui progressi compiuti nello studio dell'archeologia con il crescente interesse per la materia gli fece presto comprendere che il suo futuro non era nell'insegnamento: presto manifestò per il suo lavoro una certa mancanza di entusiasmo dato che già nel 1867 (quando cioè aveva iniziato ad insegnare solo un paio di anni prima) scriveva alla Milli: «ho un vuoto dentro dell'anima fortissimo. [...] vedo sparirmi gli anni i più belli sacrificati ad insegnare sempre quelle stesse cose che mi impediscono di andare avanti e di procurarmi un avvenire!». Anche finanziariamente la situazione non era affatto rosea e spesso ammetteva candidamente di essere completamente sprovvisto di denaro (ricevendo talvolta in queste occasioni l'aiuto di Giannina Milli).
     Sarebbe dovuto trascorrere ancora molto tempo (insegnò a Napoli una decina d'anni) prima che si concretizzasse l'importante svolta professionale che lo portò a Roma nel 1875 dove prese servizio come segretario di seconda classe nell'appena istituita Direzione generale dei musei e degli scavi di antichità (di cui era stato nominato direttore Giuseppe Fiorelli); nella capitale iniziò una brillante carriera che lo vide giungere nel 1897 ad assumere la direzione generale delle antichità e belle arti. L'attività fu ricca di produzioni scientifiche (circa 150 pubblicazioni) delle quali sono da ricordarsi in particolare la redazione delle "Notizie degli scavi di antichità" (32) pubblicata dall'Accademia dei Lincei (di cui era socio) la realizzazione del Museo di Villa Giulia e del Museo delle Terme di Diocleziano. Operò tra mille difficoltà in un nuovo campo dell'amministrazione del giovane Regno d'Italia in un periodo in cui l'attenzione delle più alte istituzioni nei confronti dei problemi legati alla tutela del patrimonio storico ed artistico era molto carente tra confusione accese rivalità conflitti di competenze scarsità di personale qualificato in mancanza di una specifica legge di tutela e con i pericoli legati agli interessi privati di natura economica esistenti nel campo artistico e dell'antiquariato che minacciavano seriamente la salvaguardia del patrimonio (33). Tutte queste difficoltà e carenze misero persino in dubbio la sopravvivenza stessa della Direzione.

(32) Sulle Notizie degli scavi di antichità i suoi contributi furono pubblicati ininterrottamente per ben quarant'anni dal 1882 fino alla morte.

(33) Nel corso della carriera ministeriale Barnabei si batté energicamente per arginare gli interessi commerciali e gli scavi privati che avevano nel tempo di molto impoverito il patrimonio artistico italiano. Prestissimo si mostrò sensibile a questo problema dato che nel luglio del 1862 quando cioè era da poco uscito dal liceo di Teramo trovandosi a Parigi in viag gio verso Londra per l'Esposizione Mondiale dopo avere visitato il Museo del Louvre scriveva appena ventenne a Giannina Milli: «Luoghi immensi ripieni tutti di robbe nostre! Povera Italia!... Raffaello Michelangelo Leonardo B. Angelico P. Veronese e tutti i nostri grandi formano la meraviglia del grande Museo d'Europa! E la Francia? La civilissima Francia non ha potuto esporvi altro che il cappello di Napoleone ed il giubbino che portava a S. Elena e la scarpa di M.a Antonietta del 1799!!... Ed anche tu o povero mio paese trionfi tra le glorie antiche d'Italia e le tue maioliche gelosamente custodite formano l'ammirazione dello spettatore! E l'Italia non le conserva e li vende a vilissimo prezzo!... » A proposito del Museo Napoleone III sottolineò: «Ivi è tutta la collezione Campana la più superba per i primi quadri della rinascenza e per le pregiatissime antichità etrusche! Ed i preti l'hanno venduta!...». (vedi la lettera del 14 luglio 1862)