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      Da questo provengono quei tanti immoderati desiderj di migliorar sorte, che o tutti poi o in parte identificandosi, minorano di così gran lunga l'intrinseco pregio e la fama del letterato. E, in queste, o in simili puerilità, sentendomi io più uomo che ogni altro, mi mostrerei pure stolido e superbo, se a tali naturalissime debolezze non compatissi. Ma, ciò non ostante, io sempre ridico ciò che sopra già ho detto: che questa voglia di migliorar sorte può adattarsi, e non pregiudica, a qualunque altro mestiere; ma ch'ella è mortifera all'arte delle lettere. Io perciò consiglierei di farsi scrittori a quei pochi soltanto, che non hanno bisogno, o non vogliono migliorare il loro stato quanto alla ricchezza: e, a chi non si trova in queste circostanze, consiglierei pur sempre di prescegliere ogni altra arte a quella dello scrivere.
      Nulladimeno, per non escludere pure così assolutamente di mia propria autorità dalle lettere i bisognosi di pane, o di superfluità, voglio imparzialmente, e con lume di sana ragione, esaminare, se un letterato vero possa lasciarsi proteggere da un uomo più potente di tutti, e fino a qual punto: ciò viene a dire; come e fin dove il più sommo uomo possa assoggettare se stesso al più infimo. E, a voler provare che questi due opposti in superlativo grado sian veri, basta porre in contrapposto i nomi di eccellente scrittore e di principe. Quegli, se veramente degno è di un tal nome, dev'essere l'apice della possibilità umana; questi, se nato è ed educato al trono, dev'essere il più picciolo prodotto di essa; e lo è quasi sempre.


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Del principe e delle lettere
di Vittorio Alfieri
Dalla Tipografia di Kehl
1795 pagine 165