Col doge si trovava già in iscrezio per affari di decime, di franchigie, di commercio, di guerra coi Turchi; e guardava di mal occhio questa Potenza, oculatissima ad escluder gli ecclesiastici da ogni maneggio d'affari, a non mantenere pensionarj a Roma, a esiger tasse anche dai beni ecclesiastici, allegando ch'erano un terzo dell'intero territorio; a voler giudicare anche i preti per le colpe ordinarie: e anticipando una qualifica che Federico di Prussia applicò a Giuseppe II, diceva al Contarini: «Signor ambasciatore, con nostro grandissimo dispiacere intendiamo che i signori capi dei Dieci vogliono diventar sagrestani, poichè comandano a' parocchiani che all'Ave Maria serrino le porte delle chiese, e a certe ore non suonino le campane».
Nato quell'aperto «pretesto di spiritualità» che dicemmo, scrisse minaccie al doge, e non ascoltato, radunò un concistoro, nel quale quarantun cardinali, eccetto un solo veneziano, convennero non potersi spingere più oltre la tolleranza: sicchè il papa mandò monitorj il 25 dicembre 1605, poi la scomunica, espressa con una severità che ripugna ai tempi225. La Signoria se ne mostrò addolorata, ma non cambiò tenore. Potea facilmente rassettar la cosa col consegnare al Foro ecclesiastico uno dei due arrestati; ma prevalse il puntiglio e il voler braveggiare contro la maggiore autorità; ed avviluppandosi nelle meschinità consuete a chi fa guerra ai preti, intimò guai a chi «lasciasse pubblicare il monitorio»; impose che gli ecclesiastici continuassero le uffiziature pubbliche e ad amministrar i sacramenti: dietro ciò guerricciuole contro chi disobbediva; ai vescovi di Brescia, e di Treviso, al patriarca di Udine minacciar confisca e peggio; si citino l'arcidiacono Benaglio e l'abate Tasso; si puniscano preti e frati d'Orzinovi e il Lana arciprete del duomo di Brescia, renitenti; si obblighi ai divini uffizj l'inquisitore di Brescia, che se ne astiene allegando le sue molte occupazioni: e perchè reluttò, sia bandito; si scarceri il priore dei Domenicani, dacchè promise obbedire al Governo; s'arrestino i commissarj apostolici: lamenti contro i frati di Rodengo, contro i rettori di Verona per renitenze di que' preti: lode ai rettori di Bergamo per aver ingiunto ai cappelletti e soldati côrsi d'impedire a qualsivoglia curato di partirsi dai luoghi, nello spirituale sottoposti all'arcivescovado milanese; suggerir che il conte Martinengo generale di cavalleria, sotto pretesto d'andare a caccia, vada a rinfrancare que' curati nell'obbedienza; i rettori così alla sorda chiamino due o tre per volta i confessori, scandaglino le loro opinioni in materia d'interdetto, e i renitenti puniscano a loro arbitrio; si sorveglino le monache che stavano in carteggio con Roma e non andavano alla messa226. Al vicario del vescovo di Padova, che rispose farebbe quanto lo Spirito Santo gl'ispirasse, il podestà soggiunse: «Lo Spirito Santo ispirò ai Dieci di far impiccare chiunque recalcitra».
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