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      Il doge Lionardo Donato annunziava a tutti gli ecclesiastici che, «colla grazia del Signore, s'è trovato modo col quale la santità del pontefice ha potuto certificarsi della candidezza dell'animo nostro, della sincerità delle nostre operazioni e della continuata osservanza che portiamo a quella santa sede, levando le cause dei presenti dispareri: noi, siccome abbiamo sempre desiderato e procurato l'unione e buona intelligenza colla detta santa sede, della quale siamo devoti ed ossequentissimi figli, così ricevemo contento di aver conseguito questo giusto desiderio»; e perciò ritirava la protesta che avea fatta contro l'interdetto. I due prigionieri furono messi in due gondole, consegnati all'ambasciatore di Francia cardinale Giojosa che era stato incaricato d'interporsi, e che assicurava Enrico IV aveagli sempre scritto di ricordare ai Veneziani di star bene con il papa250.
      E il papa ricevette cortesemente l'ambasciatore Contarino, dicendogli che «dalla buona intelligenza fra la santa sede e la Repubblica dipende la conservazione della libertà d'Italia; che non volea ricordarsi delle cose passate, ma nova sint omnia et vetera recedant»251.
      Sarebbe contro natura se all'abbaruffata sottentrata fosse così subito la cordialità. Venezia, che che gliene dicessero, capiva d'essere la vinta; il papa non potea dimenticare con quei modi gli si era resistito: pure smetteano i puntigli, col che ripianavansi le differenze. Giacomo I d'Inghilterra, re teologastro, avendo pubblicata allora l'Apologia pro juramento fidelitatis in senso ereticale, e mandatala a tutte le Corti, il re di Spagna e il duca di Savoja negarono riceverla; il granduca di Toscana la fe bruciare: i Veneziani combinarono fosse presentata dall'ambasciatore in Collegio, e dal doge ricevuta come segno della benevolenza reale, poi trasmessa al grancancelliere, che la riponesse sotto chiave.


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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