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      «L'ho scorso, e m'è parso contenere cose sì esorbitanti, che resto con dubitazione della verità: gli uomini sono scellerati certo, ma non posso restare senza meraviglia che tante ribalderie sarebbero tollerate nel mondo. Al sicuro, di tali non abbiamo sentito odore in Italia; forse altrove sono peggiori; ma ciò sarebbe con molta vergogna della nazione italiana, che non cede a qual altra si voglia». Ci voleva la depressione più mortificante della ragione umana perchè quel libretto fosse aggradito e ristampato dai nostri contemporanei, per pascolo della spensante Italia254.
      A chi dunque fa tutt'uno Gesuiti e santa Chiesa non può che puzzare d'inferno frà Paolo: ma altri vorrà solo in lui vedere un patrioto infervorato, perciò nimicissimo alla Spagna, e in conseguenza a' Gesuiti, che credeva incarnati con questa; mentre ben sentiva de' Protestanti perchè, nelle guerre d'allora, contrabilanciavano Casa d'Austria. Alla curia romana, che, in ogni caso, bisogna ben distinguere dalla Chiesa, frà Paolo professava un'ostilità esacerbata da puntiglio: sempre acerrimo contro le pretensioni di essa255, applaudiva alle libertà gallicane, e «se briciolo di libertà noi abbiamo o ci rivendichiamo in Italia, è tutto merito della Francia: a resister a una sfrenata signoria voi (francesi) c'insegnaste... e come giunger al termine che il supremo potere di stabilire la disciplina ecclesiastica risegga nel principe... e il segnar le norme a bene usare dell'autorità della Chiesa»256. Ciò lo portava all'assolutismo, asserendo che «se v'ha alcuna cosa che alla sovranità del principe si sottragga, quel principe da quell'ora rimansi esautorato di fatto». Repugna dal Baronio e dal Bellarmino, celia sui miracoli, mentre applaudisce agli Ugonotti: il durar di Roma giudica che «dipende da un sottil filo, cioè dalla pace d'Italia.


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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