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      La dedicava a Giacomo re della Gran Bretagna, dicendo come, «dipartendosi d'Italia per ricoverarsi sotto l'augusto manto della sua clemenza», avesse raccolto varie composizioni de' più elevati spiriti di quella nobilissima provincia, che potessero venir grate a lui come vero difensore della vera cattolica fede. «Non mancano in Italia (soggiunge) ingegni vivaci, liberi in Dio, e dalla misera cattività coll'animo sciolti, i quali con occhio puro e limpido veggono gl'imbrogli ch'ivi si trappongono alle cose della santa religione; s'accorgono troppo delle frodi e inganni, co' quali, per mantenersi nelle grandezze temporali, la Corte romana opprime la vera dottrina cristiana, induce falsità e menzogne per articoli di fede, e l'armi già date dallo spirito di Cristo alla sua santa Chiesa perchè le servano a difesa e all'espugnazione delle eresie e abusi, converte all'oppressione di essa Chiesa, per farsela schiava sotto a' piedi». Segue meravigliandosi che una tale storia del Concilio sia «uscita dalle mani di persona nata ed educata sotto l'obbedienza del pontefice romano»: loda l'autore per erudizione, giudizio, integrità, rettissima intenzione, e che «sebbene non udiva volentieri le depressioni della Chiesa romana, abborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero»; e paragona questo libro a un Mosè, salvato dalle acque a cui l'autore lo destinava per riverenza al papato; Mosè che ajuterebbe i popoli a liberare da quel Faraone, che «con li ceppi anco di sì sregolato e fallace Concilio li tiene in cruda servitù oppressi». E qui svergognatamente mentendo, narra le sollecitudini de' papi a distruggere o rinserrare tutti i documenti relativi al Concilio.
      Fosse sincerità, o piuttosto una finta per causare mali incontri, frà Paolo Sarpi mostrossi addolorato di tal pubblicazione, e frà Fulgenzio ne movea questa querela al De Dominis da Venezia l'11 novembre 1619:


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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