A lui descrivendo lo stato della chiesa di Chiavenna, il Lentulo fa motto d'un Salomone di Piuro fabbro ferrajo, già da dieci anni scomunicato per ariano, che qualunque occasione gli si presenti, professa di non credere che Cristo sia Dio, sebbene concepito di Spirito Santo. Un Ludovico Fiero bolognese, per la stessa ragione scomunicato, reduce testè dalla Moravia, viepiù ostenta il suo delirio: un Enrico ferrajo non fu ancora mandato via, benchè egli lo abbia denunziato al pretore come scelleratissimo anabattista: un Alessio trentino, infame anabattista: un Jacobo veneziano, ex-prete, che non va mai nè al sermone nè alla Cena, nè si piace che di conversare con eretici; vi sta pure un costui nipote o piuttosto figlio, dichiarato dalla nostra Chiesa empio e scellerato, e della Chiesa si ride. «Da tre anni (egli continua) qui migrò un Pietro, che si dice romano benchè si capisca spagnuolo, che fece retta confessione da principio, ma poi si scoperse anabattista, e porta attorno, e dà a leggere come oracoli i libri di Giorgio Siculo. Conta fra costoro Francesco di Bagnacavallo, che prima buon cristiano, dopo alcun tempo d'assenza tornò, asserendo che Cristo non è Dio per natura, ma per grazia. Aggiungiamo Giovanni da Modena, sozzo uomo il quale a tutti ricanta che i rigenerati non possono peccare. Che dirò di quelli che non vonno firmar la Confessione retica, nè esser interrogati sulla loro fede dai Ministri? anzi vituperano tutto il governo ecclesiastico e la disciplina? E v'è poco lontano chi a questi impostori favorisce, e li sorregga come attaccatissimi fratelli. Fate dunque, o fratelli, che dagli illustrissimi signori si mandi al pretor nostro di cacciar tutti costoro dal territorio di Chiavenna» (7 novembre 1569). E nuove insistenze faceva il maggio seguente, all'avvicinarsi del sinodo.
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