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      Mino Celsi di Siena, nel 1572 scriveva: «Tre anni fa essendo sfuggito dalle mani dell'anticristo, e stanco del lungo viaggio e de' superati pericoli come a un porto approdando alle Alpi retiche, credevo (come tra' fratelli nostri italiani si crede) che le chiese, le quali giustamente chiamiam riformate, fossero legate d'indissolubile consenso e unità di dottrina: e invece con somma afflizione d'animo trovai che, sebben tutte consentano che il papa è vero anticristo, che la messa sorpassa qualunque peggior idolatria antica, che gli uomini sono giustificati non dalle proprie opere ma dalla fede in Cristo, che il purgatorio è una bottega del papato, che i sacramenti son due, non sette, e altri articoli pii e santi, in molt'altri discordano. E poichè ognuno ritien la sua fede per vera e ortodossa, ove ammettasi la persecuzione degli eretici è forza che ognuno perseguiti l'altro, e col ferro, col fuoco, coll'acqua si tolgano di mezzo, nè più sia fine ai supplizj».
      Viepiù s'infervorò poi la disputa intorno alla predestinazione; e l'Alciato e il Biandrata, che ritornavano nella Valtellina a confermar i loro concredenti, ne furono sbanditi; Fabrizio Pestalozza, che professava le stesse opinioni ariane, fu obbligato disdirle nel 1595, gli altri o si convertirono o tacquero.
      Dopo la credulità, l'altro male che cruccia i rivoluzionarj è la paura. In conseguenza domandano persecuzioni e processi, e se con questi legalmente non riescono a trovar rei e punirli, imputano di connivenza i magistrati. Bucinavasi che i Domenicani di Morbegno spiassero tutto, per tutto denunziare al Sant'Uffizio: perciò arrestavansi ai confini, e ripeteasi che ne' loro cappucci si fossero trovate carte compromettenti, le quali poi nel processo più non comparivano. Agostino Mainardi, lodato di moderazione, mandava al famoso Fabrizio: «Devo scrivervi sebben controvoglia, e quanto posso vi prego di tener a mente quel che scrivo, ma la lettera non mostrare ad alcuno, perchè di materia odiosa.


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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