Noi ai gran savj del nostro secolo vorremmo raccomandare di non permettere mai queste orride sciagure naturali. In primo luogo, essi vantano l'onnipotenza dell'uomo fin a domare la natura, un avvenire di godimenti quando esso avrà tolte le cause di distruzione, incatenati gli elementi: ma ecco un torrente, una scossa di terre, un morbo che s'attacca all'uomo, alla vite, alle patate, un'avversità di stagione, dissipa le gioconde previsioni, e attesta una mano preponderante, e quanto precario sia il possesso dell'uomo su questa crosta che copre un incendio.
Secondariamente le gravi sventure sono il giorno del prete, del frate, della carità; cose tutte che i gran savj del nostro secolo denno ingegnarsi di screditare; e d'impedirne quell'ingerenza, che divien tanto efficace quanto benedetta in simili casi.
Ed anche allora, quando il vivere era un'eccezione, quand'era un eroe chi rimanesse al posto destinatogli dalla Provvidenza, se al male v'avea qualche rimedio lo porgeva la carità cristiana. Al clero si erano concesse amplissime facoltà; non pochi con ispontaneo sagrifizio esponeano nell'assister i malati la vita temporale per acquistare altrui l'eterna; i Cappuccini dì e notte erano ove li chiamasse il bisogno altrui: essi ad apprestare cibi e medicine, rassettare i letti, vegliare i moribondi, trasportarli, nettarli, profittare di quei terribili momenti, che sogliono far trovare la coscienza anche ai più perduti d'anima, e mandare i morenti confortati nella speranza del perdono. In Tirano singolarmente infierì la morìa, e gli infermi si fecero collocare in un palancato attorno al tempio della miracolosa Madonna, fidando d'averne conforto al corpo o all'anima; consolati almeno di morire ove bramavano. Si erano colà nel 1624 stabiliti i Cappuccini, e fin ad uno morirono a servigio degli appestati: altri sottentrarono volenterosi alle loro cure, a morire anch'essi.
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