Sempre però egli era trattenuto dalla vergogna di parere apostato, e più volentieri udiva la monaca parlarle del nostro Cristo, come le donne sanno fare cioè col cuore. In ciò lo coadjuvava la signora Arnolfini, moglie dell'ambasciadore di Lucca, finchè dopo lunghi discorsi e studio de' Padri, abjurò.
Anche qui lasciamo la parola a lui stesso, che così scrive ad essa Arnolfini:
Nell'ultima venuta costà di questa Corte, a cui ho l'onore di servire, promisi a vossignoria di spiegarle in carta le ragioni che mi aveano persuaso ad abbandonare la credenza luterana di cui era stato tenacissimo, e ad abbracciare la fede cattolica romana, da me per l'addietro aborrita. Ho tardato molto a soddisfare a questo mio debito; perchè stimavo di esser tenuto ad esporle tuttociò che appartiene a sì gran causa. Un tale assunto era materia piuttosto da volumi che da una lettera: e questo pensiere mi ha sospeso la penna più lungamente di quel che richiedevano e la mia promessa e il mio desiderio. Finalmente per servir più che posso la brevità, ho risoluto di restringermi a un solo articolo; ed a quello appunto, sopra del quale Iddio mi diede i primi impulsi per cercare sinceramente la verità di quel ch'egli avea rivelato alla sua Chiesa, e che dovea credersi da noi con fede divina, non soggetta ad errori. Certificato che fui della verità dell'articolo di cui le parlerò, non ebbi più dubbio veruno di esser tenuto ad abbandonare la credenza luterana: poichè, dove una religione erra in un punto sostanziale della fede, al certo non può essere da Dio, il quale, siccome per la sua infinita sapienza è incapace di errore, così per la somma sua veracità è incapace di mentire in quel che dice, ed ingannarci co' suoi detti; onde non può non essere una mera invenzione degli uomini qualunque sètta che discordi da quello che a noi consta essere stato rivelato da Dio alla sua Chiesa.
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