Sulla quale stese poi il trattato De corrupta morali doctrina, mostrando che i fautori di questa recano alla Chiesa maggior male che gli eresiarchi. L'opera levò rumore, e il padre Concina la inserì quasi tutta nel suo trattato De incredulis.
E poichè siamo a poeti, non tacerò Tommaso Ceva milanese (1648-1736), tutto pietà nei suoi versi latini, il quale canta che le eresie di Lutero e Calvino nacquero dall'avere abbandonato Aristotele.
Fu nel combattere il cartesianesimo che acquistò forze Giambattista Vico napoletano (1668-1744) e confutando il genio, genio riuscì. Non s'occupò egli del primario problema della filosofia in sè, come da Pitagora a Malebranche erasi fatto; bensì delle applicazioni, mostrando le attinenze di essa colla filologia, la giurisprudenza, la storia, e come s'incorpori e manifesti nel corso delle nazioni; cercando risolvere il dubbio col vero positivo, creando una scienza nuova del diritto cristiano, la filosofia della storia.
Il Vico disapprova in Cartesio quel pretendere evidenza matematica in verità che non la comportano; il metodo suo poter produrre critici, ma nessuna grande scoperta; il disprezzo dell'erudizione portar disprezzo degli uomini. Per contrario egli adopera mito, etimologie, tradizione, linguaggio per riscontrare l'attuamento del diritto nella storia, e chiarire come questa cammina per certi corsi e ricorsi sotto la guida della provvidenza.
Il maggior filosofo italiano, e un dei maggiori d'Europa dopo la Riforma fu dunque gran cattolico, e profondamente istruito nella teologia, come furono gli altri pensatori di quel secolo, Leibniz, Malebranche, Pascal, Newton, Keplero, Cartesio, Fénélon, Bossuet; che tutti applicarono la potenza della ragione e dello spirito a scoprire e intendere la verità, perpetuando le grandi tradizioni filosofiche anche quando professavano d'emanciparsene; credendo alla potenza della ragione, ma anche all'anima e a Dio.
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