In una storia della Val d'Aosta, che trovasi nella biblioteca del re a Torino, vi sono lettere da cui appare che, sebbene non si volessero inquisitori, pure, avendo Calvino diffusa l'eresia in quella valle, alcuni furono processati dal vicario del vescovo Gazzino, e i convinti furono rimessi ai signori pari e non pari, per metter ad esame la sentenza, senza che alcun inquisitore vi avesse parte.
Il 12 luglio 1529, Pietro Gazzini vescovo d'Aosta, ambasciadore a Roma, scriveva al duca di Savoja d'aver esposto al papa che a Chambery s'era tenuto un sinodo generale di prelati e abati sopra gli affari della religione, e che lo pregavano di soccorrerli, attese le esorbitanze commesse dai Luterani nelle valli di Savoja. Aggiunge che la Borgogna superiore e il contado di Neuchâtel sono invasi da questa setta; che a Ginevra il vescovo non osa più dimorare, nè vi si fece il quaresimale, e mangiasi carne i giorni di magro, e leggonsi libri proibiti. Aosta e la Savoja sarebbero assolutamente pervertite se il duca non v'avesse fatto decapitare dodici gentiluomini, principali apostoli di queste dottrine. Malgrado ciò, non manca chi diffonda quel veleno nei dominj del duca, benchè questi abbia, sotto pena di ribellione e di morte, vietato parlarne. Costoro esclamano che il duca non è re loro, e atteso i gravi tempi e le grosse spese della guerra, domandano a gran voci si vendano i pochi beni che gli ecclesiastici ancor possedono, e con tali maledette promesse fanno molti aderenti. Il vescovo conchiude aver detto al Santo Padre quanto grandi servigi renda esso duca al Santo Padre col perseguitare questa sètta, ed impedir che penetri in Italia. Il papa gli rispose ringraziandolo; non poter mandare denaro, attesa la ruina del suo tesoro, ma supplicava specialmente il duca di tener d'occhio Ginevra, la cui perversione bisogna impedire a ogni costo.
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