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      Ben soggiunge che «alcuni fra essi, dotti d'alta ignoranza, ciarlano più che non ragionino intorno alla sostanza e alla verità dell'eucaristia; ma quel che ne dicono come un segreto è talmente alto, che appena i più esperti teologi arrivano a comprenderlo».
      Non trattavasi dunque della assenza reale, massima la meno alta, e la più conforme ai sensi. Anzi esso arcivescovo fa dire a un Valdese: «Come mai il vescovo e il prete, ch'è in ira a Dio, potrebbe propiziarlo agli altri? Colui ch'è sbandito dal regno di Dio, come potrebbe averne le chiavi? Se la preghiera e le azioni di lui non hanno utilità veruna, come mai Gesù Cristo, alle parole di esso, potrebbe trasformarsi sotto la specie del pane e del vino, e lasciarsi maneggiar da uomo, ch'egli ha interamente rejetto?»422.
      Bossuet che, nella Storia delle Variazioni, esibì pur quelle de' Valdesi, assicura esistere in una biblioteca i processi fatti il 1495 nelle costoro valli, raccolti in due grossi volumi, dove, tra altri, è l'interrogatorio d'un tal Quoti di Pragelato. Alla domanda su qual cosa i barbi insegnassero del sacramento dell'altare, risponde com'essi «predicano e insegnano che, quando un cappellano che abbia gli Ordini proferisce le parole della consacrazione, sull'altare egli consacra il corpo di Cristo, e il pane si cangia nel vero corpo»; ch'egli ricevea tutti gli anni a pasqua «il corpo di Cristo»: e i barbi dicevano che per ben riceverlo bisogna esser confessati, e meglio dai barbi che dai cappellani, cioè dai preti, perchè questi scapestravansi a vita libera, mentre quelli la menavano giusta e santa. Sempre riferivansi dunque alla teorica del merito personale, dogma loro principale; e lo ripetono anche gli altri, e che confessavansi ai barbi, i quali hanno facoltà di assolvere; confessavansi a ginocchio; e per ogni confessione davano una moneta; riceveano penitenze, le quali per lo più consisteano in un Pater, un Credo, non mai l'Ave Maria; proibito il giurare; non doversi invocare i santi nè pregar per i morti.


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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