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      Tutto asserivasi col furore del fanatismo; e scossi tutti i principj, andavasi dritto alla materialità, ora proclamata sfrontatamente, ora sottilmente dedotta con sofismi epigrammatici, adulando il male e cercando abolire le coscienze.
      I nostri, avvezzi a cercare nella letteratura francese le voluttà dello spirito e la norma del pensare, si ispiravano a quella, e non credeasi assicurato un posto nel tempio della gloria chi non avesse ottenuto un applauso dai filosofisti, non fosse penetrato ne' loro circoli, alle loro cene: i regnanti stessi ne chiedeano il parere, ne sollecitavano le lodi, mentre dagli amari sarcasmi e dal tono dispotico di loro restavano paralizzate le penne che osassero esporre la verità. Un Piattoli, avvocato di Modena, avea scritto un Saggio intorno al luogo ove seppellire. Un ministro del duca gliene scrivea congratulazioni; e «Piace al serenissimo il di lei coraggio per l'erudito opuscolo, di cui per altro gli resta qualche vaghezza di udire cosa ne sentano i Francesi, e segnatamente M. Dalembert». Uno degli uomini più tranquilli, direi sino infingardi, fu Cesare Beccaria. Eppure quand'ebbe pubblicato il suo libretto sui Delitti e le Pene, del quale era ben lontano di supporre l'importanza, e ancor meno il rumore che desterebbe, nulla gli parve sì beato come il riceverne congratulazioni dall'abate Morellet, adepto ed organo de' filosofisti. E gli rispondeva: «Io debbo tutto ai libri francesi: essi hanno risvegliato nell'animo mio i sentimenti d'umanità, ch'erano stati soffocati da otto anni d'educazione fanatica... Dalembert, Diderot, Elvezio, Buffon, Hume, nomi insigni che nessuno ode senza sentirsi commuovere, le vostre immortali opere sono mia lettura continua, ed oggetto delle mie occupazioni nel giorno, delle mie meditazioni nel silenzio della notte.


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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