Passato a Londra, gridò a voce e a stampa contro i soprusi usatigli alla Bastiglia, e le preziosità involategli: pubblicò un libello violento contro il re e il governo francese, esortando a scuoterne il giogo, e a valersi per ciò della massoneria (20 giugno 1786); stampò anche una memoria stesa da un abilissimo avvocato, ove ripulsa l'asserzione della La Motte, rivela alcun che delle sue avventure, invoca la testimonianza de' personaggi più illustri che dice aver praticati, e de' banchieri che gli somministrarono denari, non indicando però donde li traesse. Vi era anteposta la sua vita, preceduta da magnifico ritratto coll'epigrafe: «Ecco le fattezze dell'amico degli uomini. Tutti i suoi giorni son segnati da nuovi benefizj. Egli prolunga la vita, soccorre l'indigenza; unica ricompensa sua è l'esser utile».
Ma se vi era accolto in trionfo dalla ciurma, la buona società ne fu presto stomacata, viepiù dacchè, Morand, redattore della Gazzetta d'Europa tolse implacabilmente a smascherarlo e deriderlo, tanto che dovette andarsene. Neppure in Svizzera fece fortuna; la tentò a Torino, ma il re gli intimò di partire, come fece il vescovo principe di Trento, dove fu pubblicato un Liber Memorialis de Caleostro dum esset Roboreti ove con frasi scritturali Clementino Vannetti raccontava le costui ciurmerie. A Venezia ingannò un mercante promettendogli cambiare la canapa in seta e il mercurio in oro. Respinto ormai d'ogni parte, lusingossi trovare più gonzi a Roma, spintovi anche dalla moglie, desiderosa di rimpatriare e cambiare vita. Egli stesso si finse convertito, ma ivi trovò pochissima adesione, neppure fra quelli che già erano ascritti alla massoneria ordinaria, e per quanto moltiplicasse segni, tocchi, parole, gerghi, e brandire la spada, e battere tre volte la terra col piede, e applicare le dita al fronte, e alitare in faccia.
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