Nella bolla del 1721, ove approva i frati dell'abate De la Salle, diceva: Ignorantia, omnium origo malorum, præsertim in eis qui fabrili operæ dediti sunt. Ecco indicato il bisogno d'istruir principalmente gli operai, un secolo prima de' filantropi odierni.
Ma se zelava la disciplina, i diritti pontifizj era disposto sagrificare al bene della pace. Per isviare la coalizione de' potentati contro la Chiesa, volle questa ringiovanire e farla conforme ai tempi per intelligenza e ragione e governo; e diceva: «Viviamo in tempo ove bisogna tirarsi da banda. Dopo aver tanto gridato contro i quattro articoli gallicani, fortunati noi se possiamo indur i popoli a limitarsi a quelli!» Pertanto restrinse il numero delle feste; teneasi in corrispondenza col Muratori e col Maffei, non meno che con Voltaire e con Federico II: lasciò dibattersi indiscretamente Giansenisti e Molinisti, enciclopedici e parlamento; non vietò s'imponessero tasse al clero. Quando morì, il conte di Rivera piemontese scriveva: «Meraviglia inaudita! il popolo non sparla del papa morto; neppure Pasquino».
Il fatto supremo d'allora era la guerra rotta che le Corti borboniche aveano intimata ai Gesuiti; per indurre il papa a distruggerli, la Francia minacciava torgli Avignone, il re di Napoli Pontecorvo e Benevento. Questa domanda si ripeteva durante il conclave, mentre più positivo il popolo, al nuovo eletto gridava: «La benedizione, santo padre, e pagnotte grosse».
Accidente segnalato di quel conclave fu il comparirvi Giuseppe II, venuto a filosoficamente beffarsi di tutto. Visitando i Gesuiti, al generale chiedeva: «Quando deporrete cotesta tonaca?» e vedendo la statua d'argento di sant'Ignazio: «Che ricchezza! guadagni dell'India, eh?» Il buon popolo raccontava in solucchero: «E' s'è gettato boccone davanti alla tomba de' santi apostoli - Ha udito due messe a ginocchio in Gesù Maria.
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