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      Questi volea dapprima entrare gesuita, allettato da una profezia che correva di san Francesco Borgia, che nessuno di quell'istituto andrebbe a perdizione; dappoi avviatosi per la carriera ecclesiastica, fatto auditore di nunziatura, poi vicario generale dell'arcivescovo Incontri, si condusse a Roma in occasione delle feste per l'elezione del papa Braschi, nella speranza di poter parlare al detenuto generale. Questi comunicava all'esterno coi soliti mezzi di qualche inserviente, e come il seppe giunto, scriveva a Scipione:
     
      «Signor canonico riv. amat.
      «Che buon vento l'ha qua portato? quante cose ho a dirle! per ora alcune: il latore del presente è il soldato che mi serve, ecc. ecc.
      «Mi sta nel cuore una spina da lungo tempo. Temo che facciano spendere a Lei, a titolo di mia richiesta, mie voglie e mio sollievo, in cose che non chiedo e non mi si danno. Non incolpo veruno, e non so veramente a chi attribuire certi intrighi, ma è necessario ch'ella sia prevenuto... Non creda già ch'io sia un capo di fuorusciti. Sono stato trattato come tale, ma grazie a Dio non lo sono, ecc.».
     
      E in un'altra:
     
      «I miei pensieri, se sarò lasciato in libertà, son questi. Voglio venire a passare gli ultimi giorni miei in Firenze. Se i suoi signori fratelli mi gradiscono, voglio stare in casa loro, come Lei mi ha offerto. Spero che non darò incomodo: se mai questo accadesse, si prenderà partito. Le mie occupazioni saranno, fare un poco di bene per me, giacchè l'età mia mi rende inutile agli altri; e lo farò volentieri; divertirmi con libri di materie sacre, scrittura, teologia, ecc., e conversare con persone pie, savie e dotte...».
      E torna ad insistere sul non arrivargli, o decimate, alcune delicature che la famiglia gli trasmetteva.
      Gli ex-Gesuiti patrocinavano il nostro Scipione, che però resistette alla tentazione di mettersi a Roma in prelatura.


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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