Questi era rimasto immune, ma non convertito; nè il fu dalla bolla dogmatica Auctorem fidei del 28 agosto 1794, ove Pio VI condannava ottantacinque proposizioni di quel sinodo, di cui sette qualificava eretiche. Tali erano: essersi offuscate le dottrine e la fede di Cristo; la podestà esser data alla Chiesa, e dalla Chiesa riceverla i ministri; esser abusi il fôro esterno e il potere giudiziale coattivo della Chiesa; il vescovo ricevere da Dio tutti i diritti occorrenti a reggere la diocesi, a giudicarvi, a riformarne le consuetudini e le esenzioni, nè questi diritti potersi alterare o impedire: le riforme eseguirsi in sinodo dal vescovo e dai parroci con voto deliberativo; essere stato costume de' secoli migliori che i decreti e le definizioni anche de' Concilj non fossero accettate se non coll'approvazione del sinodo diocesano.
Altre proposizioni si notavano come erronee, sovversive della gerarchia ecclesiastica, false, temerarie, capricciose, ingiuriose alla Chiesa e alla sua autorità, conducenti al disprezzo dei sacramenti e delle pratiche sante offensive alla pietà de' fedeli: e a ciascuna proposizione si indica il motivo della riprovazione, o perchè già condannata in Wiclef, in Lutero, in Bajo, in Quesnel, in Giansenio, o perchè opposta ai decreti di Trento, o lesiva dei diritti de' Concilj generali.
Vaglia il vero, se ogni sinodo diocesano si arrogasse di definire sulla podestà, sul dogma, sulla disciplina, ove sarebbe più l'unità ecclesiastica? Coll'esagerare i diritti dell'episcopato, lentavansi i legami gerarchici colla sede romana, e riducevasi il papa a nulla più che «il primo tra i vicarj di Gesù Cristo». Com'è divino, sebben delegato, il ministero de' curati, così asserivasi divina la loro istituzione, e quindi faceansi congiudici nel sinodo.
Tutti i vescovi aderirono alla bolla Auctorem fidei, eccetto due di Toscana e Benedetto Solari di Noli, in cui difesa scrisse un anonimo, confutato poi dal Gerdil.
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