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      Ivi recitò un'orazione nella quale il famoso anatomico Antonio Scarpa lodava «quella filosofica franchezza che pochi in simile argomento avrebbero osato di spiegare nelle presenti circostanze. Come si troveranno piccoli i nostri repubblicani e i nostri legislatori, i quali non sanno nulla di tutto ciò che Zola si propone d'insegnare! Come dovrebbero trovarsi umiliati quelli che a governare credono bastevole l'andar vestiti da ranocchi, con gran pennacchio e gran sciabola».
      Al lui vediamo prodigate lodi dagli scolari e dai colleghi, fino a dire,
      /* Nulla ferent talem sæcta futura virum; */
      ma Germano Jacopo Gussago suo encomiatore parla «delle peripezie ch'egli ebbe a soffrire, sino a spargersi sopra di esso, da' preti, da' frati e da' bigotti, sospetti di libertinaggio e di empietà». Fu sempre appassionato dei romanzi, nel che esortava a non imitarlo.
      L'alito del portico teologico di Pavia si sentì lungamente fra il clero lombardo, e proruppe fin nell'opposizione che, nel 1855, qualche prete pavese fece alla dichiarazione dogmatica dell'immacolata concezione. Si sofisticò sul modo della decisione e della promulgazione; si volle, nella bolla dell'8 dicembre 1854, vedere un tentativo del papa di svertare l'episcopato; si poneva in avvertenza il Governo; si sperava che il potere civile proteggerebbe dalle persecuzioni ecclesiastiche: frasi conosciute e ripieghi consueti di quella scuola.
      E nella nostra gioventù noi vedevamo ancora, massime in Lombardia, il clero diviso tra papisti e giansenisti: questi ultimi, persone generalmente di austera condotta e di studio, e che facilmente curvaronsi alla servitù francese, impostaci col nome di libertà; ottennero impieghi, onori, vescovadi; pure non vi galleggiò alcun nome, che pareggiasse i tanto illustri di Francia.
      E allorchè da questa, con un torrente d'armati ci fu trasmesso un torrente di errori, e della servilità nostra fu sintomo un vomito di opuscoli avversi alla religione e brutte copie di francesi, molti di quelli che aveano osteggiato il pontefice scesero nell'arena a difendere l'autorità, che aveano contribuito a scassinare.


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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