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      Pertanto, appena la frenesia di superbia e di sangue diè luogo a qualche lampo di senso comune, si rannodò l'antico col nuovo mediante il Concordato, fatto dalla repubblica col papa nel 1801, dove si ristabilivano reciproche relazioni fra la Chiesa e lo Stato, non secondo astrazioni teoriche, ma in guise positive e pratiche. Non era il re di Roma, sibbene il sovrano spirituale della società delle anime che trattava col Governo della Francia; questo assumeva obblighi affatto materiali, proteggere l'esercizio del culto cattolico, assicurare un trattamento a' vescovi e parroci ecc., mentre la santa sede faceva concessioni tutte spirituali; consentiva al magistrato supremo di proporre i vescovi, e approvare i parroci, ed esigerne il giuramento. Non fu chiesto che la cattolica tornasse ad essere religione dello Stato, bastando ne fosse protetta la libertà. Benchè fossero stati tolti gli Stati ai principi ecclesiastici della Germania, a lui le Legazioni, alla curia i proventi di Francia, il papa rassegnavasi a grandi sagrifizj per recuperare il regno primogenito del cristianesimo. Non istette dunque difficile sui possessi usurpati alle manimorte, le ricchezze non essendo essenziali al clero, e fu riconosciuta l'alienazione di quattrocento milioni di beni nazionalizzati. Chiedeasi il matrimonio dei preti, ma Pio VII, per quanto pien d'amore per la Francia e d'ammirazione per l'uomo che la dirigeva, rispose potersi assolvere quei che l'aveano contratto, non autorizzarlo per massima. Nel 1516 tra Francesco I e Leone X erasi convenuto che il re nominerebbe i vescovi; non volendo nè che, fra la dominante corruzione, la nomina restasse ai Capitoli, nè che fosse privilegio della Corte romana. Ora Pio dovette riconoscere una nuova circoscrizione delle diocesi, uniformata a quella delle provincie, e i vescovi nominati ad esse dal Console: affinchè non rimanessero scoperte le loro sedi sollecitò egli medesimo la rinunzia dei vescovi, profughi per aver ricusato il giuramento; e tutti s'affrettarono ad aderire, colla generosità onde, allo scoppio della Rivoluzione, gli aristocratici aveano rinunziato ai loro titoli e privilegi.


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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