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      Negli altri paesi italici si fecero varj concordati con minori o maggiori restrizioni alla podestà ecclesiastica. Più degli altri devoto a questa il Piemonte, conservava le immunità reali e personali del clero, benchè ripudiasse certe antiquate cerimonie; ottenne una nuova circoscrizione delle sedi vescovili sotto i quattro metropoliti di Vercelli, Torino, Genova, Ciambery.
      Anche nel concordato col regno di Napoli del 1818, modificato da una convenzione del 1839, lasciossi libertà ai vescovi di convocare sinodi, di pubblicare istruzioni, di giudicare le cause benefiziarie e matrimoniali, di rivedere i processi dei preti condannati a morte.
      Ma la libertà della Chiesa non appariva che come una concessione; ad essa toccava l'odiosità di dominante, senza i vantaggi d'essere indipendente, poichè la burocrazia mostravasi gelosa dell'autorità sua, e l'attraversava in ogni modo. «I venti vescovi della Toscana (diceva Neri Corsini) se non sono assiduamente vigilati dal Governo, possono da un giorno all'altro sovvoltare il paese a piacere di Roma. Continua vuol essere la sorveglianza, circospetta, preventiva, onde evitare scandali e clamori, i quali irritano i tanti devoti che credono e non ragionano». E il presidente Peyretti, all'ambasciadore sardo a Roma scriveva: «Tutto quanto è oggetto di speranze in Roma, dev'essere a noi oggetto di timore, e dobbiamo guardarci dal concederlo». Povera sapienza!
      Dopo le dolorosissime esperienze di mezzo secolo, Gregorio XVI, il 14 novembre 1833, scriveva al granduca Leopoldo II, mostrandogli gl'inconvenienti che derivavano dalle leggi avverse alla Chiesa, per cui rimanevano turbate le immunità ecclesiastiche, impedito l'episcopato, messa la mano laica nell'insegnamento, e con esso nel deposito della fede; e l'esortava a modificarle pel ben della Chiesa come per la prosperità dei popoli, dovendo egli esser convinto che togliesi al principato un grande sostegno collo screditare il sacerdozio; ed esser «funesta cospirazione de' nemici dell'ordine pubblico l'insinuare ai sovrani de' sentimenti di diffidenza verso la podestà ecclesiastica». Soggiungeva lo seconderebbe a tal opera: e «persuasi doversi dare alcuna cosa a tanta asprezza di tempi, decorreremo ove il meglio lo esige, con quelle facilitazioni, alle quali si prestò sempre questa santa sede, onde rendere regolare colla legittima autorità quel che un abuso di potestà incompetente aveva prodotto di vizioso e d'illegale».


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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