Vaglia il vero, non sempre il clero si trovava all'elevatezza della sua missione; molti preti mancavano della scienza necessaria, e molti della ancor più necessaria pietà. Usciti dai seminarj, dove non sempre la vocazione gli avea condotti, tremando dell'impopolarità e dello scherno, pareano attenti a farsi perdonare il loro stato e il loro vestire coll'accostarsi il più possibile al viver mondano: usare ai caffè e ai ritrovi, bazzicare passeggi e fin teatri, educarsi sui giornali a cianciulliare di politica col gergo liberalesco; neppur rifuggire dalle società secrete e dalle cospirazioni; colle romanze del Berchet e i lazzi del Giusti e le declamazioni del Gioberti inebriarsi al prossimo ritornar dell'Italia nel suo legittimo primato; torturavano la Bibbia per trarne eccitamenti e giustificazioni alle loro demolizioni; rideano essi primi degli studj teologici, delle virtù ecclesiastiche, della carità non meno che della devozione, e di coloro che mostrassero o scienza non comune o zelo disinteressato: mentre riponevano il progresso nel trattare leggermente la fede avita, riprovare abusi di cui essi stessi profittavano, e parlar della secolarizzazione degli uffizj ecclesiastici, della abolizione delle fraterie e dell'incameramento dei beni: e dolersi di dover nascondere tanto talento e tanta attività sotto la veste talare. Costoro erano carezzati dai settarj, e lusingati colla speranza d'una rivoluzione civile e sociale, ma che lascerebbe intatto il cattolicismo, cioè i benefizj che godeano e le dignità a cui aspiravano: onde molti bonariamente credeano, o almen diceano che il cattolicismo, postosi a capo delle idee moderne, conquisterebbe l'universo mondo580.
Chi sa la storia del nostro secolo, conosce che sempre fu regolato da frasi. E la frase proclamata nella rivoluzione del 1831 fu il non intervento.
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