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      Il progresso civile del cristianesimo sopra la gentilità consistette appunto nel riconoscere che l'uomo, anche legato in civile società, resta padrone di sè, delle credenze sue, della sua fede, delle facoltà per le quali si inalza a Dio. In quell'ordine egli è sovrano; e può od isolarsi, od unirsi a un gruppo di persone, libere come lui d'adorare e credere. Lo Stato non ha nulla a immischiarsene; e trattisi d'un uomo, o d'un sodalizio, o d'un Concilio, la sovranità, che è d'origine puramente naturale, si arresta davanti al santuario della coscienza. Come ente morale distinto, la Chiesa dee aver facoltà d'amministrare, far leggi, osservarle, senza che il Governo possa impacciarla in quanto concerne i dogmi, la disciplina, la gerarchia.
      E la Chiesa e lo Stato (argomentavano i conservatori) sono distinti per origine e per mezzi; ma entrambi operano sopra un individuo inseparabile, che come cristiano appartiene alla Chiesa, come cittadino appartiene alla società civile, sicchè necessariamente dipende e dalla Chiesa e dal Governo. Voler che quella restringa la sua autorità a sole le anime, implicherebbe che il corpo possa operare indipendentemente dallo spirito, o viceversa. Entrambi agiscono sull'ente duplice; e qualora propongansi lo stesso fine, non v'è titolo perchè operino separatamente; qualora siano in conflitto, l'uno soprafarà l'altro; saranno due potenze a cozzo; uno Stato nello Stato; una guerra inevitabile. Già Dante rimproverava l'antica Roma di confondere in sè due reggimenti, mentre lo Stato e la Chiesa devono restare non separati, ma distinti; non una Chiesa nazionale, servile alle esigenze politiche; non lo Stato impedito dalla Chiesa. Lontana dal tempo quando prevaleva allo Stato, essa a questo non domanda che la libertà; la quale val ben meglio d'una protezione comprata a spesa di diritti.


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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