Vi si oppose con petto forte il cardinale arcivescovo Riario Sforza, ed essi riuscirono a farlo proscrivere, sicchè dovette andar in esiglio come forse sessanta altri vescovi di quelle provincie, i quali sol da lontano potevano sostenere lo zelo, che parve infervorarsi viepiù nella causa del vero, e manifestossi sì cogli scritti, sì colle prediche, sì colle opere.
Lo scredito che fin presso i loro aderenti attiravansi gli ostiarj che aprivano le porte al nemico, i preti che tradivano Cristo mentre nel suo piattello continuavano ad attingere, tornava a credito dei Valdesi, che almeno non pretendeano conciliar l'irreconciliabile. Wrefort pose scuole a Capri; Leopoldo Perez stampava la Civiltà Evangelica: il pastore Rolier col dottore Escalona diffondeva instancabilmente opuscoli e Bibbie, rianimò gli avanzi de' Valdesi in Calabria, e tenea conferenza a San Pietro di Majella.
Nè i frutti furono scarsi, e in Napoli, cessata d'esser capitale, fondarono cappelle e scuole, ch'erano pubblicamente annunziate.
Anche a Palermo, ne' primi giorni della rivoluzione, alquanti preti formarono un Battaglione sacro che, mantellandosi di politica, sovvertiva la Chiesa, ma fu sciolto prima che v'arrivassero i nuovi predicanti. Subito cartelloni annunziarono la vendita delle Bibbie, esortando a togliersi dalla religione del papa per intendersela con Gesù Cristo mediante la lettura del Vangelo; si diffusero i libretti valdesi stampati a Torino, e le oscenità stampate a Milano, mentre il ciclico Pantaleo, cappellano del Garibaldi, urlava per le piazze i suoi moroloquj. Intanto a Messina evangelizzavano un Cappuccino e un Paolotto apostati: il padre Gavazzi a Catania era udito curiosamente finchè parlò di politica, ma abbandonato appena entrò sulla religione: tanto più che il Governo parve nol sostenesse, come invece faceva coi predicanti valdesi.
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