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      Il cardinale Trevisanato patriarca di Venezia credette dover suo, nella quaresima del 1867, premunire i fedeli contro questo veleno, e contro le «grame dicerie d'un infelice, che avendo miseramente smarrita la fede, vorrebbe strapparla anche dal cuore degli altri». A quella pastorale ne fu opposta un'altra, intestata «Alessandro Gavazzi, per la grazia e bontà di Dio ministro dell'evangelo, a don Giuseppe Luigi Trevisanato, per divina misericordia patriarca di Venezia». Scritto solazzevole e pagliaccesco dichiara egli la pastorale: «composizione di senile imbecillità, condita coi lazzi del trivio: quintessenza di buffoneria, di ragli da sacristia»: qualifica il patriarca «campione d'inurbanità, Sancio Panza del carnevale»; e si scaglia contro la «santa bottega, insegnatrice di un evangelo diverso da quel di Cristo, frutto dell'apostasia, della ventraja, dell'errore; vero paganesimo sotto nome di cattolicismo romano». Subito ad esso patriarca e ai vescovi di Udine, di Treviso, di Padova, si fecero insulti grossolani; in varie chiese di Venezia furono interrotti i predicatori quaresimali da lazzi, da minaccie, fin da percosse; a Verona si impose di sonar sull'organo l'inno di Garibaldi. Scene altrettanto dolorose si rinnovarono altrove con petardi lanciati duranti le prediche o negli appartamenti vescovili, e peggiori nella processione del Corpus Domini a Verona. L'autorità nè preveniva nè difendeva. Un tale nega levarsi il cappello davanti al viatico, e grida ch'è mero pane: un fedele lo abbatte con uno schiaffo, e la punizione cade su questo.
      Dicono che tali atti villani sono inevitabili: certo furono o tentati o compiuti anche in paesi ormai non nuovi alla rivoluzione. Appena all'arcivescovado di Catania recentemente eretto, era nominato il padre Dusmet, dovette uscire con una pastorale a calmar il popolo, indignato contro persone che una notte deturparono le immagini pubbliche, collocate «quasi punti di riposo dove il cuore faticato va cercare la pace, la luce, la consolazione ed un po'640 di quella freschezza che non si trova nell'atmosfera soltanto degli uomini e degli affari». A Comacchio il nuovo vescovo è festeggiato il giorno dal popolo; la sera un altro popolo schiamazzante ne assale il palazzo.


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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