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      Se l'esempio suo mostra come il ricalcitrare contro il centro vivente dell'unità cristiana basta per far discendere successivamente tutta la scala della protesta, le varie proposizioni sue convincono quanto, anche astrattamente, sia difficile e complesso il problema del principato temporale. Dopo averlo ne' primi libri esaltato come necessario, benefico, insigne, in questo della Riforma, ch'è de' più ostili, nel § II scrive che quel governo «ha difetti ma è capace di miglioramento»: poi nel § XX che «nuoce all'Italia, alla religione, alla indipendenza del papa» e quindi deve levarsi: nel § LXXV pone che «l'odio e la mala contentezza de' popoli muove meno dal governo superiore del papa che dalla amministrazione de' prelati: laonde, essendo il male non nel principio ma nella oligarchia pretesca, vi rimedierebbe un sommo sacerdozio, governato per mezzo del laicato»: e nel lxxviii, che il diritto temporale di Roma è tanto oggi superfluo e dannoso, quanto dianzi opportuno; tiara e scettro sono contrari e incompatibili. Se nel Rinnovamento propone la spogliazione totale, nella Riforma vuol «lasciargli solo Roma e le sue pendici», oppure al § xc limitavasi alla «secolarizzazione del governo con istatuto rappresentativo».
      Bisogna non avere mai scritto per non sapere come all'ultima ripulitura si serbi il dare simetria e accordo; sicchè tali palmari contraddizioni noi attribuiamo all'esser quelle carte nulla più che materiali da costruzione.
      Anche quel poco che rimaneva di credenza e riti positivi sembrò soperchio al genio negativo, che vuol unificare col ridurre la convivenza civile e domestica a meri termini di natura, ponendo da banda ogni religione rivelata; e s'annunziò a Milano una società de' Liberi Pensatori, imitazione (già s'intende) d'una simile formatasi nel Belgio, secondo la quale la religione sarà qual piacerà a ciascuno di farla: ognuno carezzerà le ipotesi che gli convengano.


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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