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      Di coloro che presentano il dubbio come un delitto, e l'uso della ragione come un sacrilegio? Di coloro che hanno gettato la nostra società in tale abisso di fanatismo e d'ipocrisia, che altri non possa esprimere le sue opinioni, comunicarle a' suoi amici, discuterle, professarle, senza porre a repentaglio l'onore, il credito, l'officio, la sicurezza, la sussistenza di sè e de' suoi cari?651»
      Parole simili avevamo udite dal Geoffroy quando diceva non poter sopportare l'incertezza sull'enigma della destinazione umana, e mancandogli la fede per risolverlo, aver cercato la luce della ragione per declinarlo. Come meglio potrebbesi rivelare il desiderio sterile di trovar la certezza, partendo dall'incredulità652? E a tal punto si trovano gl'increduli intelligenti, che per ciò desiderano la disputa coi Cattolici, locchè non avviene a chi tiene una fede solida e assoluta, nè al pio che s'allieta quando gli è detto, Riposiamo nella casa del Signore653.
      Il Bonavino, adottato il pseudonimo di Ausonio Franchi e irato alla Chiesa che abbandonò, combatte «la filosofia che educa ancora al sofisma e all'assurdo la gioventù delle scuole italiane, e la religione che ancor mantiene in servaggio i popoli del secolo xix«; confuta la teologia positiva; dissuade dall'indietreggiare fino a Lutero, e dall'accettare la Bibbia e l'assurdo dei misteri e il culto d'un Dio incarnato: la teorica d'un Dio personale e creatore esser infetta d'antropomorfismo e contraddizioni, nè potersi di Dio avere alcun concetto razionale; donde resta provato che la religione nostra è falsa, e il cattolicismo è contrario ad ogni libertà, ed ormai non è tenuto che da pochissimi654: poli delle nazioni moderne sono la scienza e la libertà, le quali non può l'Italia acquistare se non rinunziando alle idee filosofiche e religiose del medioevo: ond'egli, come l'antico Lucrezio, s'accinge a «svincolar gli animi dal giogo d'una fede cieca, immobile, misteriosa», per trarli alla «ragione, unico criterio del vero».


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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