E anche non volendo ripetere coll'iroso Niccolini «Italia vile, non ha di suo neppur i vizj», dobbiam confessare che non risplendiamo che di luce crepuscolare, neppur raggiungendo quella robusta brutalità che soggioga l'intelletto; paghiamo chi vada a fischiar un predicatore, a rompere i vetri d'un vescovado, a gettar un petardo in una cappella, non osiamo farlo noi stessi: per servilità ai Francesi indussero fin gli scolari a sottoscrivere per un monumento a Voltaire, non si osò erigerne uno al suo predecessore, Pietro Aretino. Sembra anzi fatale che questi oltraggi alla fede e alla morale non possano farsi senza oltraggiare e la lingua e l'arte. Scomparsa la serenità da tutti gli animi, si cerca l'orrido, lo straordinario: in piani di generale mediocrità, non si trova che trivialità d'idee, di stile, di distribuzione, che adulazioni alla incurabile snervatezza del tempo: per quanto i romanzi si condiscano di calunnia, di lubricità, di scandalo, nessuno ottenne la diffusione dei Promessi Sposi o delle Mie prigioni: non sorgono da costoro quelli che, allorquando la patria soccombe, sanno ancora amarla e piangerla.
La stupida demolizione è potentemente ajutata dalle società segrete. Indicammo come sin dal 28 aprile 1738 Clemente XII rivelasse le tendenze sovversive della massoneria, la condannasse in nome della libertà e della moralità, e i membri di essa considerasse come «gravemente sospetti d'eresia». Benedetto XIV, il 16 marzo 1751 ripeteva la condanna. Ciò non impedì i trionfi della sètta e della rivoluzione, giacchè è più facile deridere che smentire il Barruel, il quale suprema parte attribuisce alla massoneria nell'origine e nel procedimento della rivoluzione. Con questa scese ella trionfante in Italia a gavazzare nelle repubbliche Cisalpina, Romana, Partenopea. Trasformatesi poi questi in regni, Napoleone, invece di sopprimerla, pensò farsela ancella.
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