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      Alle società operaje di Napoli diceva: «Faremmo un sacrilegio se durassimo nella religione dei preti di Roma. Fuori dalla nostra terra questa sètta contagiosa e perversa». E all'assemblea unitaria di Palermo: «Noi non siamo per la religione del papa. Papa, cardinali, vescovi cambiino bottega, e vadan il più possibile lontano dall'Italia». E come la Convenzione avea tirannicamente intimato «Fraternità o morte», così egli fe ripetere all'Italia «Roma o morte», conculcando e la coscienza dell'umanità e la libertà delle credenze.
      Singolarmente nel 1867, essendosi il ministero proposto di venir ad accordi con Roma, e per riuscirvi avendo sciolta la Camera, Garibaldi uscì dal suo ricovero, e girò l'Italia inveendo contro papa e preti e Cristo, battezzando fanciulli, aizzando le plebi contro un ordine intero della società, senza che l'autorità e la legge avesse o voglia o forza di opporsegli, e sempre gridando: «Roma è nostra: neppure il diavolo può torcela. Non mandate al parlamento deputati che patteggino coi clericali, i quali c'impediscono d'andare a Roma. I milioni che si danno alla Chiesa s'adoprino per fare armi e per dar pane a chi non n'ha: ai prelati bastano quaranta centesimi il giorno: i Paolotti il diavolo se li porti». E fin dogmatizzando annunziava: «Noi siamo nella religione del vero, e la sostituiremo a quella del prete che è la menzogna. Libertà della ragione è la bandiera che opponiamo al cattolicesimo, il quale ha per tanti secoli abbrutito la creatura umana». E al tempestoso congresso della pace di Ginevra proferiva: «V'è cosa più terribile della guerra, il mostro che chiamasi papato, le cui emanazioni pestilenziali innondano il mondo, e arrestano l'umanità sulla via della civiltà. I vostri avi ebbero primi il coraggio d'affrontarle: compite l'opera quando noi daremo al mostro gli ultimi colpi, e abbatteremo il sacerdozio dell'ignoranza per adottare sola la religione di Dio (sic)». E ora appunto (ottobre 1867) spinge i suoi armati contro gli ultimi resti del dominio papale, a «crollar il tabernacolo dell'idolatria, dell'impostura, delle vergogne italiane, il piedestallo di tutte le tirannidi».


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Gli eretici d'Italia
Volume Terzo
di Cesare Cantù
Utet
1866 pagine 895

   





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