Sgomentato dall'assalto mossogli da Ausonio Franchi nella Filosofia delle Scuole italiane, scivolò cogli scettici, e ne' Dialoghi sulla questione religiosa (1861) pose a colloquio un teologo inetto, con un filosofo arguto, il quale argomenta che la certezza della fede non deriva da motivi religiosi, ma da atto della volontà: e che ogni religione, la quale faccia dipendere la salute dell'anima da certe credenze, è di necessità intollerante.
E sia pur vero che la ragione naturale non possa generare una fede sopranaturale; ma ciò non importa ch'essa non arrivi a generar una certezza naturale e piena. Ripudiamo poi affatto quel suo distinguere il dio teologico dal dio filosofico, del quale non importa tanto accertare l'esistenza, quanto formarsi un giusto concetto della sua natura; giacchè, si affermi o si neghi l'esistenza sua, egli se ne compiace del pari, purchè ciò venga da convinzione.
Come non deploreremmo tante avventatezze e fantasie buttate fuori col titolo di filosofia della storia? la quale non potrebbe essere che un connettere gli avvenimenti positivi a un piano divino, sicchè dall'avvenuto può argomentarsi quel che avverrà. Ma perduta la fede perdesi anche la ragione; laonde i sistemi nuovi son immaginazioni o ciarlatanesimo per annebbiar le menti giovanili nelle scuole imposte dal governo, in modo che neppur conoscano i fatti. Perocchè già vedemmo come da Cartesio, passando per Spinosa e Kant, s'arrivasse alla completa dissoluzione con Hegel: moda tedesca che vuolsi impiantare in Italia dopo che i suoi la repudiarono. Il dubbio di Kant è la fonte de' traviamenti moderni, e bisogna guarirne tornando all'esperienza e al buon senso. Ma l'esperienza deve estendersi a tutti i fatti, non restringersi a qualche applicazione, come fa quando esclude il sentimento, quando ama e odia, e le opinioni proclama come principj, e dal regno materiale deduce le leggi dello spirito, più nella novità confidando che nella verità, allettando col bizzarro anzichè col semplice e naturale, più ch'altro temendo la disapprovazione de' giornali e l'obblio de' contemporanei.
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