Il sesto gruppo colpisce errori intorno alla società civile in sè e rispetto alla Chiesa; cioè l'ingerenza dello Stato anche nelle cose sacre, come fa coll'exequatur, coll'appellazione d'abuso, coll'annullare i concordati, col giudicare le istruzioni che i pastori della Chiesa pubblicano a regola delle coscienze, e far decreti sopra l'amministrazione dei sacramenti; col dirigere l'istruzione delle scuole pubbliche e fin de' seminarj, e sottrarre al clero l'insegnamento, che così, separato dalla fede, cerchi solo le cose naturali e i vantaggi materiali; coll'impedir che i vescovi e i fedeli comunichino col papa, e voler presentare i vescovi e fin deporli, proibire o limitare la professione monastica, e autorizzare chi la abbandona; sopprimere famiglie religiose e benefizj e occuparne i beni; e proporre che la Chiesa deva segregarsi lo Stato.
Quanto all'etica naturale, riprovava il tener la morale come indipendente dalla sanzione religiosa e dall'autorità divina ed ecclesiastica, l'asserire che uniche forze siano le materiali, nella cui somma consista l'autorità; che i fatti compiti equivalgano a diritto, per quanto ingiusti; che sia obbligo assoluto il non intervento; che si possa ribellarsi al legittimo principe, e per amor di patria mancare al giuramento e trascorrere a iniquità.
Nel capo ottavo appuntavasi il matrimonio civile, dove il sacramento è considerato mero accessorio, sicchè non sia indissolubile, e possano contrarlo anche gli ecclesiastici.
Il nono riguarda il principato civile del pontefice, e l'asserire assolutamente che l'annullarlo gioverebbe alla Chiesa.
Il decimo colpisce quel liberalismo odierno, che non vuol più la cattolica come unica religione dello Stato, ma pretende piena libertà di culti; e vuole che il pontefice non solo possa, ma debba venir a transazioni con siffatto liberalismo.
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