Le feste del 29 giugno ricordavano il concorso ai primi giubilei ne' secoli credenti, sicchè parve angusta la basilica vaticana: ma ciò che più colpiva era la serena e fiduciosa maestà del pontefice, che aveva una parola, un consiglio, un conforto per ciascuno dei quattrocento vescovi accorsi, fra cui quelli d'Italia che aveano sofferto, ma creduto, ammirato, sperato; per le innumerevoli compagnie di preti; per le cento città d'Italia che rappresentate da mille cinquecento cittadini, gli offersero ciascuna una raccolta di disegni e cenventi pagine d'indirizzi e una limosina filiale, che esprimessero la stabilità del papato e la devozione degli Italiani per esso. In tutte le lingue si predicò, si orò, si attestò che la fede non è morta, che l'unità non è scomposta, nè lo sarà fin alla consumazione dei secoli; che la società può esser ancora salvata dall'autorità, purchè non la demoliscano coloro che han maggiormente il dovere e il bisogno d'appoggiarvisi. Poichè la grandezza sta nella semplicità, racconteremo come l'ultimo giorno che il Santo Padre diede udienza ai vescovi che gli presentarono l'indirizzo di adesione incondizionata, mentre stava per dar loro la benedizione apostolica, si sentì suonare l'Angelus. E il papa alzatosi, recitò la salutazione angelica, e vi risposero i vescovi. Erano più della metà di quelli di tutto l'orbe cattolico, sicchè mai alla Madre di Dio non era stata offerta così solenne salutazione.
Immenso conforto ne dovette venire al cuore esulcerato del pontefice, il quale ai vescovi congregati diceva: «Con letizia voi circondate i sepolcri gloriosi de' beati apostoli Pietro e Paolo, e con somma devozione li venerate. Siete in Roma, e quasi con un senso di novità fissate lo sguardo nel sacerdote massimo, costituito sopra tutta la casa di Dio, che vedete impavido al suo posto parlar a tutti con fiducia, e tutti esortare all'integrità della fede e ad una inconcussa speranza, sino a che giunga l'aspettato giudizio.
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