Se pareva debolezza il capitolar con Dio e col diavolo, fu poi regolarità dacchè l'uno non si distinse dall'altro, attesa l'identità dei contrari; dall'educazione si eliminò ogni idea superiore ai sensi, e così si tolse la suprema efficacia delle prime ispirazioni. N'è conseguenza il ridersi della rivelazione, presentare il cristianesimo come qualcosa di melanconico, di cupo, di nemico alle gioje dell'arte, e resuscitare il paganesimo: sicchè udimmo Feuerbach, più risoluto di Giuliano e di Porfirio, non iscorgere nel cristianesimo che bruttura e ridicolaggine, a fronte alla bellezza e poesia gentilesca; e Göthe tener al capoletto l'Apollo, acciocchè elidesse le ascetiche immagini de' santi, ed esclamare che quattro cose detestava: il tabacco, le cimici, le campane, il cristianesimo.
Questa inurbanità gittava egli a pascolo del secolo inurbano, eppure avea confessato che mai non seppe valutar le cose al giusto come a Roma, che quel soggiorno avrebbe sulla sua vita un'influenza benedetta; l'arte stessa lo forzò a mostrarsi religioso ne' rimorsi di Margherita, a far che i canti della Pasqua commovessero fin quel suo tipo del pensiero umano abbandonato alle forze proprie maravigliose e impotenti.
Essi pochi, essi beati, essi con pace, essi con senno, non badano ai dolori profondi che chiedono pace e obblio; che per sostentar le lunghe speranze e la penosa rassegnazione hanno bisogno esempj di disinteresse e d'abnegazione: essi gaudenti ripetono quel che, censettantasette anni dopo Cristo, il giudice che condannava a morte sant'Epipodo: «Noi onoriamo gli Dei coll'allegria, con feste, musica, giuochi, divertimenti. Voi adorate un uom crocifisso, che ripudia la gioja, ama i digiuni e la sterile castità, condanna il piacere. Che ben può farvi costui, che non seppe salvar sè dalle persecuzioni di gente miserabile?
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