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      La Banca Italica, costituitasi colla sottoscrizione, per parte dei promotori, di quattro quinti del suo capitale di venti milioni, e col versamento del decimo sulle azioni di cinquecento lire, collocava presso il pubblico l'ultimo quinto del capitale, puramente e semplicemente. La sottoscrizione durava due giorni: il 17 ed il 18 maggio, tempo sufficiente per coprire varie volte l'offerta.
      Il giuoco sarebbe cominciato alla sottoscrizione pubblica. La schiera volante dei preparatori, che aveva fiutato la disposizione del mercato alla febbre dell'aggiotaggio, si eclissava, riservandosi modestamente una partecipazione alle azioni giÓ sottoscritte. Invece, mettevansi innanzi, fra i promotori, i nomi pi˙ illustri e pi˙ rispettabili della politica, della nobiltÓ, della grossa borghesia, dell'alta finanza. Speculatori di second'ordine, come Rinaldo Barbati, figuravano soltanto isolatamente, come eccezione. Il Consiglio di Amministrazione era una raccolta di celebritÓ.
      L'Istituto si presentava come la provvidenza della Roma moderna. Proponevasi di cercare la propria clientela nel piccolo commercio, languente nell'anemia del credito, ch'Ŕ il suo sangue vitale. Avrebbe promosso tutte le industrie, rinvigorite tutte le iniziative serie ed oneste. Nei grandi manifesti di sottoscrizione, che occupavano le quarte pagine dei giornali e tappezzavano i quadri d'affissione, si dimostrava con dei calcoli di assoluta evidenza, che la capitale, cittÓ di consumo, poteva in brevissimo tempo, e con mezzi relativamente limitati, quadruplicare la somma dei suoi affari e diventare il centro industriale e commerciale di una vasta regione.


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L'ereditÓ Ferramonti
di Gaetano Carlo Chelli
pagine 243

   





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