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      Considerava la necessitÓ in cui era di vivere nel mondo; era un avvocato famoso, doveva essere deputato alle nuove elezioni; aveva bisogno una moglie avvezza alla vita cittadina, ai ricevimenti, che sapesse presentarsi in societÓ e fare gli onori della sua casa...
      Rachele tal quale l'aveva trovata, impacciata, selvatica, antiquata in tutto, non poteva convenirgli. Lei stessa l'aveva riconosciuto; aveva dato prova di buon senso, e sarebbe stato indelicato da parte di lui ritornare su quell'argomento, rinnovarle una scena che evidentemente le era riescita dolorosa. Il suo amor proprio di donna ne avrebbe sofferto, perchÚ non Ŕ mai senza pena che una donna si rassegna a riconoscere la sua etÓ ed i guasti che il tempo ha fatti sulla sua persona.
      Era una triste, triste cosa, che il suo ideale fosse svanito cosý. Ci pens˛ lungo la notte, e ci pens˛ il mattino in ferrovia, mentre, tutto considerato, tornava a Milano senza aver cercato di rivedere Rachele. Poi ci pens˛ a Milano, lungamente, sempre. Ma sempre all'ideale, come l'aveva adorato tanti anni prima, giovine, bello, gentile... Forse lo trov˛ ancora pi¨ tardi sul suo sentiero, perchÚ la donna matura di Fontanetto non era pi¨ quella, non era il suo ideale.
     
      E Rachele, appena rimasta sola, s'era lasciata cadere sul vecchio divano scolorito, e s'era abbandonata ad un pianto convulso, lungo, disperato. Lei lo sapeva che Giovanni non sarebbe tornato.


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Il tramonto d'un ideale
di Marchesa Colombi
pagine 171

   





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