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      Ma le turbe de' mediocri opprimevano i pochissimi grandi. L'eloquenza era arte ambiziosa nelle Università; la troppa dottrina snervava l'immaginazione; e la sentenza intorno alla quale s'aggira tutta la poetica d'Aristotile - «Che l'uomo è animale imitatore» - quantunque variamente chiosata da molti, era superstiziosamente inculcata e obbedita in questo da tutti: - «Doversi imitare, non la natura, ma gli imitatori della natura.» - Però le lettere, giovando alle arti, a' governi, alla Chiesa, e alle scuole, non esaltavano le passioni, non illuminavano la verità nelle menti, non ampliavano i confini dell'arte; mortificavano le originalità degli ingegni. E per la nazione non v'era lingua, perchè lo scrivere e intendere la latina era meritamente privilegio de' dotti; e l'italiana, comecchè men parlata che intesa da tutti, rimanevasi patrimonio di grammatici, che disputavano fin anche intorno al suo nome.
      La predizione di Dante pur si avverava, volere e non volere, a ogni modo. Il dialetto fiorentino rifiutava di lasciarsi scrivere, se non era confuso dall'ingegno degli autori nella materia generale della lingua letteraria, e rimodellato con forme diverse. Bernardo Davanzati si provò di negarlo col fatto, e professò di avere tradotto in volgare fiorentino gli Annali, e la Storia di Tacito. Gli fu creduto, perchè così pare a prima vista in chi non è assuefatto da lungo esercizio a discernere il vero in queste materie difficilissime insieme e tediose; e dall'altra parte niuno lo negò, perchè tale fu il decreto unanime e perpetuo dell'Accademia della Crusca di cui egli era membro; ed è un de' pochissimi ch'oggi meriti d'essere ricordato con ammirazione.


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Sulla lingua italiana
Discorsi sei
di Ugo Foscolo
Istituto Editoriale Italiano
1914 pagine 176

   





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