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      Tanto fa non saperne niente se si doveva ricercare come Carlo sia disceso da quella bestia di Guido e quei bestioni di Antonietta e Alfio da me.
      Ma Carlo aveva già allora in città la posizione in un giovine dottore di qualche nome. Sapeva trattare con tutti, lui, risparmiando la dignità di coloro di cui gl'importava, niente affatto quella delle persone da cui non dipendeva, ma anche sempre la propria. Anche il Raulli lo stimava ma credo, un poco, lo temesse. Pare che nei primi giorni della sua ammissione all'ospedale Carlo abbia osato fra colleghi una diagnosi un po' azzardata. Il Raulli lo tacciò davanti ad altri dottori d'ignoranza. E Carlo si difese con una frase che prima girò fra' medici e poi trapelò fra il pubblico creandogli una fama come se avesse salvato la vita ad un moribondo. Ancora adesso quando si nomina il dott. Speyer la gente si mette a ridere: «Ah, quello dell'ignoranza e dell'errore!». Infatti era lui. Carlo aveva dichiarato al Raulli che certo i giovani dottori si trovavano nell'ignoranza, ma che, com'era provato dalla stessa storia della medicina, i vecchi si trovavano tutti nell'errore. Il Raulli restò senza parole e rispose, a bassa voce sapendo di aver torto: «Questo si poteva dire fino a mezzo secolo fa ma non ora, eh, giovinotto».
      E adesso qualcuno mi vada a scoprire somiglianze con Guido in Carlo. Guido ch'era petulante finché poteva aggredire, ma che perdeva la parola non appena sentiva sul proprio corpo la pressione dell'aggressore.
      Certo tutto questo istinto di buon affarista di quel magnifico medico, ed era quella la qualità che in lui più mi seduceva, poteva venire dal nonno Giovanni Malfenti.


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I racconti
di Italo Svevo
pagine 387

   





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