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      Imperocchè la scomunica lanciata contro Barnabò da Innocenzo VI, e rinnovata con tanto fervore da Urbano V, memore della bolla ingojata sul ponte del Lambro, non fu solo cagione di quella specie di crociata, che abbiam detto, ma ancora di maggiori e più gravi mali a lui e allo stato. Nè la rinuncia fatta da Barnabò al Papa delle sue pretensioni in Bologna e sul Modenese, per la quale però ebbe cinquecentomila fiorini d'oro, valse a chetare neppure per poco lo sdegno della Chiesa, nè la morte istessa di Urbano V, procurò larghezza e pace al Milanese. Gregorio XI, che salì allora alla sede pontificale, parve ereditasse da suoi antecessori l'odio profondo contro di Barnabò, talchè uno de' suoi primi atti fu quello di combinare una lega novella fra i principi italiani. Se non che veggendo che le armi temporali andavano troppo a rilento, ebbe ricorso alle armi ecclesiastiche, e scomunicò un'altra volta Barnabò, e dichiarò i sudditi di lui liberi dal giuramento di fedeltà. Nè pago di ciò gli mosse contro l'imperatore, il quale con suo diploma dato in Praga il 3 agosto dell'anno 1372 privò entrambi i fratelli Visconti del Vicariato imperiale, e Barnabò perfino dell'ordine equestre. L'esercito alleato piombò anche questa volta sul milanese, e sebbene non giungesse a far presa di alcuna terra, bastò nullameno a devastare e mettere in rovina gran parte dello stato.
      Ciò quanto agli avvenimenti politici di quel tempo. Rispetto all'indole del governo ed alla natura di Barnabò, il cronista ce lo descrive severo nelle cose dello stato, largo nel soccorrere i cittadini bisognosi e più nel dotare monasteri e nell'erigerne di nuovi, generoso, ma a tratti e per bizzarria più che per impulso dell'animo, stranissimo di modi e di appetiti, ostinato e vendicativo in grado estremo, e spensieratamente crudele.


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La cà dei cani. Cronaca milanese del secolo 14.
cavata da un manoscritto di un canattiere di Barnabo Visconti
di Carlo Tenca
Editore Borroni e Scotti Milano
1854 pagine 168

   





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