Vincenzo Bindi
Gaetano Braga da' ricordi della sua vita


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     Così non fecero Carlo Maria Weber, Mendelsshon, Schumann, Wagner ed altri che stamparono opuscoli e scrissero contro Rossini e la musica italiana in genere. Comprendo il nazionalismo di Weber, che insolentiva contro Meyerbeer perché componeva opere, ispirandosi al genio italiano. Col rispetto dovuto a quei luminari dell'arte tedesca, credo poter affermare che Beethoven è ingegno molto superiore al loro e il giudizio di lui perciò sulla musica italiana deve essere tenuto in maggior conto. L'Italia fu madre e maestra della musica a tutto il Mondo; da Scarlatti a Zingarelli, dette vita e coltivò tutti i generi musicali, sacra, teatrale, da camera, da giardino, militare; e forse fecero male nel seguire ed imitare Rossini solamente in questo: nell'aver ridotto tutta la musica alle esigenze del teatro, trascurando gli altri generi, e principalmente il genere sacro
     Rossini, dopo la esecuzione del suo Stabat, al quale Braga prese parte, gli regalò un suo ritratto con la dedica autografa: Al mio carissimo Braga, Stabat. Già lo aveva suonato quando era ancora alunno del Conservatorio di Napoli, diretto da Mercadante, in un concerto di beneficenza, tenuto nella Sala mineralogica dell'Università. Ne fecero parte 22 violoncelli: egli era il 22mo: la parte vocale fu eseguita dalla Frezzolini e da Coletti. A questo concerto fu presente il Pontefice Pio IX che trovavasi a Napoli il 1849: per desiderio di lui, Braga dové recarsi a Portici per farsi udire col suo violoncello.
     Il Papa, che molto l'ammirò, gli offrì in dono una grande medaglia di oro, che dové vendere poco dopo per provvedere agli urgenti bisogni della sua famiglia. Nelle sue Memorie, ricorda pure questa celebre composizione, che fu ripetuta nelle esequie di Rossini a Parigi, quando vennero consegnate, nel novembre 1868, le spoglie mortali di lui alla Commissione presieduta dal Marchese Torrigiani, della quale Braga faceva parte. La Banda Repubblicana intuonò il Cujus animam, e il Quis est homo ne' funerali fu cantato dalla Patti e dall'Alboni in modo da far piangere le pietre: il grande organista Lefebre suonò la preghiera del Mosè del grande Pesarese.