Vincenzo Bindi
Gaetano Braga da' ricordi della sua vita


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     Rossini stesso più volte gli disse : “Il violoncello deve suonarsi come lo suoni tu e non imitare Paganini, come fanno Servais e tanti altri: genere bellissimo nel violino, ma bruttissimo nel violoncello”; e Florimo gli ripeteva: “Hai imparato tutto ciò che si può fare per la parte del meccanismo e per la perfetta conoscenza dello strumento; ma ricordati che quando si vuol mutare la fisionomia di questo, facendolo esclusivamente servire per passaggi di difficoltà, per variazioni di tutti i generi, tempestando su di esso migliaia di note, forse si riesce per un momento a sorprendere, ma si finisce poi con l'annoiare e qualche volta col disgustare. Del violoncello si ha sempre ragione e piace sempre quando su di esso si canta”.
     Ed egli sul violoncello cantava divinamente, con inarrivabile, commossa espressione, con colorito, con dolcezza, con fraseggiare limpido ed elegante, padrone di tutte le risorse dello strumento, in cui era veramente maestro; e maestro, come nota Ricordi, “eletto per bellezza di suono e per brio vivacissimo”. Ritenne come il maggiore elogio per lui quello che una sera, in un concerto, dopo avere magnificamente suonato il Crocifixus del Credo nella Messa di Rossini con grandissimo successo, sentì dirsi dalla padrona di casa con un sorriso: “Ora metteteci le parole, che tanto bene avete espresse col vostro violoncello”.
     I suoi pezzi favoriti, che destarono sempre, insieme alla commozione più profonda, grande entusiasmo, furono: la Preghiera del Mosè e le sinfonie della Semiramide e del Guglielmo Tell di Rossini; la suonata in la minore di Brahms, "degna di nota nel 1° ed ultimo tempo, quantunque il trio non sia all'altezza della composizione”, alcune suonate di Beethoven, spesso eseguite a Parigi con Martucci, (50) la suonata di Chopin in sol minore; due suonate per violino e pianoforte di Schumann, alcuni brani dello Stabat di Pergolesi, e poi la sua Leggenda Valacca, Negritta, il Curricolo, brillantissimo e popolare, e il suo trio de Salon composto a Parigi, quando non ancora l'arte aveva subita la sua evoluzione ed il pubblico si occupava più dell'esecutore che della composizione, tanto che artisti di grande nome non avevano composto che potpourris di opere teatrali, per lo più di Rossini, Bellini e Donizetti, e finalmente la sua fantasia sulla Sonnambula, dedicata a Rossini e molto encomiata dal famoso pianista Planté, che fu suonata con immenso successo per ogni dove ed a Parigi ripetuta 150 volte. Egli eseguì i suoi pezzi e quelli degli altri sempre a memoria, e nello svolgere la sua carriera, principalmente come concertista, ebbe continui, unanimi e ben meritati successi.

(50) Il 1871 aveva conosciuto, come alunno del Conservatorio Musicale di Napoli, Giuseppe Martucci, che lo accompagnò benissimo quando, tornato in questa Città dopo molti anni, suonò nel Conservatorio stesso. Lo rivide a Londra e lo ammirò come pianista in un concerto. Con lui, come ha lasciato scritto, suonò di nuovo a Parigi. Afferma di essersi trovato davanti ad un vero artista: a Milano, in una sinfonia in re per orchestra, eseguita in quel Conservatorio, gli parve veramente maestrodi una perfetta opera. “È giovane, ma della padronanza che ha di tutti i colori sembra già provetto nell'arte. A me pare un compositore sentimentale che, se fosse della scuola antica napoletana, sarebbe più discendente di Pergolesi che di Cima- rosa. E' un coscienzioso, perseverante, conoscitore profondo di tutta la buona musica, rispettosissimo dell'arte, con l'assenza completa di ogni boria e vanità.” Mancinelli gli appare maestro di “primissimo ordine, per la profonda conoscenza dell'arte, per dare effetti varii all'orchestra e colore originale alle composizioni. Nell'Ero e Leandro mostrò la natura calda del nostro paese; però, per amore del nuovo, i suoi canti sono tormentatissimi, irrequieti e poco adatti alla voce umana. Si vede”, aggiunge, “che gl'italiani compongono sul pianoforte, e dell'influenza di questo strumento spesso risente l'orchestrazione nelle opere del Mancinelli. I veri artisti compongono sul tavolino; chi non lo fa, sembra mancare d'ispirazione. Mille volte applaudii le novità orchestrali, quando rassomigliavano alle nove Sinfonie di Beethoven, che non vi fanno mai pensare al pianoforte. Io m'ispirai sempre liberamente, spaziando nelle più belle regioni ideali, servendomi dell'orchestra, come di una schiava per tutti i capricci del mio genio. Di Perosi dice: "Giovane di bello ingegno musicale, allievo di Saladino, coscienzioso contrappuntista, di serii studi, è conoscitore profondo di tutti i segreti antichi e moderni dell'arte nostra, passionato della musica di Bach e dello stile severo di quel grande maestro”. Si compiace del valore e dell'ingegno, di cui già danno belle, anzi luminose prove, di Mascagni, di Puccini e di Franchetti; non così di Leoncavallo, del quale acerbamente critica Zazà. Pone fine alle sue osservazioni, ricordando tutti i torti che ebbe, tutto il bene che fece e la sua musica donata in massima parte, che procurò la ricchezza agli altri ed a sé la povertà, esclamando tristamente : “Chi sa se ne' posteri si troverà un'anima generosa che dica: 'Ci è stato un Abruzzese, Gaetano Braga, che suonava benino il violoncello?' Povero Braga!”